“Assolto ma…”. Il garantismo non sfonda

Acquisizione a schermo intero 20072014 203231.bmpLe reazioni alla sentenza che ha prosciolto Berlusconi nel processo Ruby sono tutte riconducibili ad uno schema molto semplice: «sì, ma». Di questo schema elementare si sono date almeno tre diverse applicazioni, ma tutte riconducibili alla medesima forma logica. Mi riferisco naturalmente alla reazioni che si sono avute a sinistra, perché a destra si va molto più disinvoltamente (e si capisce) da «giustizia è fatta» a «santo subito!», dalla soddisfazione allo spirito di rivalsa, da «e ora chiedete scusa» a «ce l’abbiamo solo noi!», come nei cori da stadio.

Ma a sinistra no, a sinistra è un bel problema. Cade perciò a fagiolo quella celeberrima pagina de La vita come ricerca, il libro più importante di Ugo Spirito, il filosofo del problematicismo italiano, il quale ebbe a scrivere che «pensare significa obiettare» e che obietta chi dice «ma». Quindi: «sì, d’accordo; le sentenze si rispettano, ma», e poi giù critiche. In accordo dunque con la filosofia del problematicismo, qualcuno potrebbe pensare che stiamo assistendo a manifestazioni di schietto spirito critico. E invece viene il sospetto che di tutt’altre manifestazioni si tratti. Diciamo pure, con pari schiettezza: della difficoltà di adottare un abito di pensiero e di giudizio garantista. E dico abito di pensiero perché non mi riferisco propriamente ad una cultura politica – o di politica della giustizia -, ad aspetti della legislazione o a un insieme di procedure, alla presunzione di innocenza o a principi di civiltà giuridica, ma al seguente esercizio (banale, ma che si fa molta fatica a compiere): dati un certo numero di convinzioni intorno al vero e al giusto, evitare di imbastire o piegare i processi – e il giudizio su di essi – a queste convinzioni. Ogni volta il commento consterà perciò di due membri. Al primo membro si troverà la presa d’atto, la constatazione, l’accettazione obtorto collo; al secondo membro (dopo la virgola, dopo il «ma») starà invece, uguale a prima e sempre uguale a se stessa, la propria immutabile convinzione. Vediamo allora i più fulgidi esempi dello schema del «si, ma».

Primo esempio: sì, Berlusconi è stato assolto. Ma lo è stato solo grazie alla furba modifica del reato di concussione introdotta dalla legge Severino, ben dopo il rinvio a giudizio. A fianco di una foto di Ruby, Il Fatto quotidiano ieri titolava perciò, grande e grosso: «Cambiata la legge, salvato il Caimano». In prima e nelle pagine interne si spiegava poi con dovizia di particolari come sarebbero potuto invece andare le cose, se non fosse intervenuta la legge.

Secondo esempio: sì, sono cadute entrambe le accuse al Cavaliere, tanto la concussione quanto la prostituzione minorile, ma la gravità dei comportamenti pubblici e privati dell’uomo politico rimane tutta, sentenza o non sentenza. E rimangono i dubbi, e rimane la questione politica. Nel suo lungo editoriale su Repubblica, il direttore Ezio Mauro spiegava infatti che, certo, non stanno più in piedi le ipotesi criminali, ma si possono scrivere uguali uguali le cose che si scrivevano prima della sentenza. La sentenza non sposta nulla, le domande che a grappoli di dieci alla volta il giornale era solito proporre restano lì, tali e quali, senza spiegazioni coerenti, attendibili, logiche: se non c’è stata concussione, perché in questura si comportarono così come si comportarono? Se non c’è stata prostituzione minorile, perché quella sera Berlusconi ebbe paura?

Terzo esempio. Anche questa volta sta anzitutto la presa d’atto: sì, secondo la Corte d’Appello milanese Silvio Berlusconi è innocente, ma come si fa a crederlo davvero innocente? Berlusconi innocente: un ossimoro, una contraddizione in termini! Nel suo editoriale di ieri sull’Huffington Post (meno lungo, ma molto più tranchant di Ezio Mauro), Lucia Annunziata non fa il minimo sforzo di credere il Cavaliere davvero innocente, e anzi rilancia a questo modo: se il presidente del Consiglio non commette reati telefonando in questura, allora io «da domani ogni volta che mia figlia mi porta un pacco di multe, proverò a chiamare in ufficio contravvenzioni, per dire “Non sapete chi sono io”».

Orbene, che cos’è che non va nei tre esempi, che radunano insieme le voci più autorevoli dell’opinione pubblica progressista? Vediamo. Il Fatto quotidiano – primo esempio – non spende una sola parola per spiegare perché l’assetto che il reato di concussione ha ricevuto in base alla legge Severino non va bene, è sbagliato, contrasta esigenze di giustizia. Per la concussione è ora richiesto che il concusso tragga vantaggio dall’imbroglio? Il Fatto non spiega ai suoi lettori cosa vi sia di sbagliato in ciò, ma solo che in questo modo era più difficile condannare il Cavaliere. Se si voleva condannare il Cavaliere, allora era sbagliata la legge; se invece lo si voleva assolvere – sempre secondo il giornale – allora la legge andava ad hoc. E se invece si volesse sapere qualcosa della legge, a parte da Berlusconi e secondo il diritto? Il Fatto quotidiano ieri non aveva una parola che fosse una su ciò. E dire che di pagine ne ha dedicate, alla vicenda.

Secondo esempio. Repubblica, per bocca del suo direttore, dichiara che la sentenza lascia tutto uguale. E non spende una parola che sia una sul fatto che però una sentenza, e prima indagini, procedimenti, dibattimenti, documenti, incartamenti, intercettazioni, testimonianze, sono intervenuti e come. Sugli effetti politici di tutto questo, Repubblica non sa dir nulla. Nulla, in particolare, sul fatto che proprio il tentativo di penalizzare i comportamenti di Berlusconi li ha sottratti al giudizio politico. Dopo tre anni e passa, Repubblica non se ne accorge ancora. O finge di non accorgersene.

Infine (terzo esempio). Lucia Annunziata pensa che se telefona ai vigili urbani e chiede conto delle multe della figlia premettendo che lei è Lucia Annunziata meriterebbe non di essere presa a pernacchie, ma di finire in galera. Qui basta poco: un paese – un vigile urbano, e pure un funzionario della questura – che non sa mettere a posto chi alza la voce e dice «Lei non sa chi sono io!»  e ha bisogno, per farlo, dei processi, del carcere, di sette anni di detenzione, è un paese davvero sventurato.

Forse però la vera, terribile sventura non è questa, ma che nessuno dei tre esempi, nessuno dei tre argomenti con cui la sinistra si duole per la sentenza di ieri ha minimamente a che vedere con le effettive dinamiche giudiziarie, con le risultanze processuali, con la validità o meno delle prove addotte in giudizio. Hanno tutti a che vedere con le proprie convinzioni, che dopo il «ma» si ripropongono uguali, senza cambiare mai.

(uscito in versione lievemente raccorciata su Il Mattino, 20 luglio 2014)

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