Medio Oriente, i vecchi schemi della sinistra

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La tesi è: la cultura politica internazionale della sinistra italiana ed europea è debole. Debole e vecchia: dopo l’89 tutto nel mondo è cambiato, meno i fondamenti ideologici del giudizio della sinistra italiana ed europea sul conflitto in Medio Oriente. Nei giorni più difficili per il riacutizzarsi del conflitto israelo-palestinese, mentre i morti si contano di nuovo a centinaia, sarebbe forse più giusto sottolineare anzitutto che questa debolezza investe l’intero percorso di pace, che finisce un’altra volta travolto dalle bombe e dai razzi che solcano il cielo mediorientale.

Ma, ciò detto, vi sono almeno due ragioni per strappare quella tesi al dibattito accademico, alle analisi strategiche e ai centri studi, per portarla invece a ridosso della cronaca e metterla così alla prova.

La prima ragione sta nella scelta dell’Alto Rappresentante per gli affari esteri dell’Unione Europea. È stata rinviata a fine agosto, ma si tratta di una scelta importante. Il rinvio in sé non è un dramma, ovviamente, ma drammatica è l’assenza dell’Europa da tutti gli scenari geopolitici più cruciali. Dalla Ucraina alla Siria alla Striscia di Gaza. Nel libro dedicato a «Sinistra e Israele» Fabio Nicolucci avanza un dubbio, che l’europeismo non sia in realtà un’identità vera, ma solo il suo fragile surrogato. Un palliativo. Un pannicello caldo. Dopo l’89, essere occidentali non vuol dire più contrapporsi al blocco comunista. Con l’ascesa della Cina e in un mondo multipolare, essere occidentali non vuol più dire (o vuol dire sempre meno) stare coi padroni del mondo. L’identità occidentale diviene così (o potrebbe divenire), anche per la sinistra, un terreno possibile di costruzione della propria identità: moderna, progressista, laica. Aperta, inclusiva, tollerante. Di qui il dubbio: che nell’incapacità di compiere con chiarezza e in profondità questa scelta si è preferito dirsi europei, senza però riuscire a ritagliare per l’europeismo un significato politico chiaro e, di conseguenza, una presenza internazionale vera, incisiva, riconoscibile. A ogni nuovo scoppio di crisi il dubbio torna, e le responsabilità politiche aumentano, e ogni volta la sinistra rischia di non sapere bene da che parte stare. Né con quali categorie leggere i conflitti in corso. Il filoarabismo, il terzomondismo, l’universalismo  astratto dei diritti non bastano più, non sono più in sintonia col mondo reale, ma nuovi ingredienti non sono disponibili. E così l’Europa, al dunque, non c’è.

La seconda ragione ci porta ancor più vicino ai fatti di questi giorni: all’offensiva terrestre in corso nella Striscia di Gaza. Che ha cause immediate nell’eccidio dei tre soldati israeliani, nella morte del giovane palestinese per mano di estremisti ebrei, nel lancio di razzi di Hamas, nella durissima risposta israeliana. Ma ha cause più lontane nell’esaurirsi del percorso di pace, e nella perdita di credibilità delle leadership mediorientali, isrealiane e palestinesi, che non sembrano più all’altezza di cercare – non dirò trovare – un compromesso possibile. Ora la pressione dei fatti è tale, il coinvolgimento emotivo ed esistenziale è tale che non si riesce più a vedere oltre la cronaca di lutti e di sangue, in direzione di quello che purtuttavia potrebbe ancora accadere. Sembra cioè che non possa accadere nient’altro che quello che accade, in una infinita coazione a ripetere.

Eppure Obama ci aveva provato: ad accantonare la dottrina neocon dello scontro di civiltà e  del nemico morale. Dopo l’11 settembre, la politica estera americana era stata ispirata da un’impostazione profondamente conservatrice, lungamente incubata negli anni precedenti, e dominata da uno schema semplice e efficace: al posto dell’impero del male, dell’Unione sovietica, sta ora la minaccia islamica. Il conflitto israelo-palestinese sta dentro quella contrapposizione, e si salda con l’imperativo della lotta al terrorismo. George Gilder, analista, ex-collaboratore di Henry Kissinger, nel 2009 scriveva: «il percorso della pace non avviene attraverso negoziati, bensì mediante l’invincibile rigetto del terrore». Scomporre questa dottrina, formulare una diversa visione, parlare alle opinioni pubbliche più che ai governi, rinunciare ai muri e costruire ponti, non può non essere l’orizzonte ideale della sinistra italiana ed europea. Ed anche criticare Israele lo si può fare solo a partire da qui, da un nuovo retroterra di ragioni, piuttosto che dai vecchi schemi, dalle vecchie contrapposizioni: il popolo delle pietre contro i guardiani del mondo, le mani nude contro i carri armati, i poveri contro i ricchi, i deboli contro i potenti. Non sono queste, non lo sono mai state, le parti in gioco. Laggiù, tra Gaza e Gerusalemme, bisogna inventare tutto daccapo, e anche la sinistra deve probabilmente provare a reinventare se stessa.

(Il Mattino, 21 luglio 2014)

 

 

 

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