Il fumetto del Cavaliere

 

Acquisizione a schermo intero 22072014 102219.bmpParafrasando l’inizio delle tavole del celeberrimo Nick Carter, quello disegnato da Bonvi, si potrebbe descrivere così la fase nuova che si starebbe aprendo nel centrodestra: mentre sulla capitale calavano le prime ombre della sera, non ancora spentasi l’eco della sentenza milanese di assoluzione nel processo Ruby, nuove speranze si accendevano in quello che una volta si chiamava il PdL, il «Popolo della Libertà». E tutti i ragionamenti si concludevano sempre nella medesima maniera: qui ci vuole Silvio Berlusconi!

Non è un fumetto, però: è il centrodestra come lo si racconta in questi giorni, tra una telefonata e un’intervista, una dichiarazione e un comunicato stampa. Alfano e Berlusconi riprendono a dialogare. Alfano parla di «comune volontà» e «spirito nuovo», oltre naturalmente a una «moratoria sugli insulti» che si sono scambiati in questi mesi. Dall’altra parte il Cavaliere si mostra conciliante, telefona e propone. Non ancora dispone. Il fido Toti, dal canto suo, raccoglie e rilancia: bisogna trovare una «piattaforma comune».

Prendiamo però la questione così come la formula il ministro dell’Interno: in primo luogo, il Pdl non c’è più. In secondo luogo, non c’è nemmeno la Forza Italia che veleggiava intorno al 30%. Un peso simile non ce l’ha più nessuno, a destra. In terzo luogo, si tratta di scegliere. O sceglie il Cavaliere una linea moderata, o sceglie di stare ben dentro il partito popolare europeo e le politiche che dalla Merkel in giù arrivano sino a Roma, oppure sceglie una prospettiva estremista, strizza l’occhio alla Lega e alle politiche anti-Euro e allora rinuncia a dialogare con il Nuovo Centrodestra. Tertium non datur. Con immutato affetto, firmato Angelino Alfano.

Che cosa significa però tutto ciò? In breve: che i cocci è complicato rimetterli insieme; e che in ogni caso per Alfano a rimetterli insieme non può essere il Cavaliere. Vi sono almeno tre ragioni (più una) per cui è difficile ipotizzare che a breve la casa dei moderati verrà tirata su quegli stessi che l’han buttata giù. La prima discende banalmente dalle attuali collocazioni politiche: Alfano in maggioranza, anzi al governo; Berlusconi all’opposizione (e però in maggioranza sulle riforme). La seconda è data dai diversi interessi nella cruciale materia elettorale: Alfano deve tutelare una piccola formazione politica e vuole abbassare le soglie di sbarramento; Berlusconi vorrebbe far sparire le piccole formazioni politiche e alzare le soglie. Alfano vuole le preferenze perché il suo partito ha un certo radicamento territoriale; Berlusconi non le vuole perché quel radicamento non ce l’ha. Lui gli eletti li vuole legati al Capo, più che al territorio.

La terza è tuttavia la ragione più grande di tutte. È l’alternativa di cultura, programmi e collocazione internazionale così come la descrive il Nuovo Centrodestra. O di là o di qua: o con Marine Le Pen (è la scelta della Lega) o con la Merkel e il Ppe (è la scelta di Ncd). Ora, ha voglia Toti di chiedere a Salvini di lasciar stare e mettere da parte la questione: è Alfano che gliela torna a mettere sul tavolo. Ma la verità è che questa questione il centrodestra vecchio e nuovo l’ha sempre avuta tra i piedi. Fin dal ’94, fin dall’alleanza asimmetrica fra Bossi e Fini, fra la Lega Nord e Alleanza Nazionale, fra pezzi di ceto politico democristiano e pezzi di ceto politico che di democristiano non avevano nulla, fra i vecchi epigoni della prima repubblica e i nuovi venuti della seconda. E l’ha risolta nell’unico modo in cui poteva risolverla: accantonandola in virtù della forza personale (carismatica, e non solo) di Silvio Berlusconi. Dire dunque a Berlusconi – come fa Alfano – che stavolta deve scegliere significa dire che il centrodestra non può essere più quello che è sempre stato, e soprattutto che Berlusconi non può più essere lui. Insomma: quello che poteva fare una volta non lo può più fare. Significa allora, nella sostanza e non nelle forme o negli affetti (che in politica contano meno di zero), che per Alfano la scomposizione del vecchio assetto politico è un processo irreversibile. Come, d’altronde, l’età anagrafica.

C’è poi un’ultima ragione per cui non sarà Berlusconi a ricomporre il puzzle della destra italiana. Quello stesso leader a cui riusciva di tenere in un’unica alleanza di governo tessere così diverse non riusciva poi a governare. E le tessere, arrivato al governo, li perdeva uno ad uno. Una volta Bossi, un’altra Casini, un’altra ancora Fini (per non parlare di tutti gli altri, più piccoli e anzi minuscoli). Ormai è evidente che neanche con la più benevola ed estesa moratoria sugli insulti Berlusconi può invertire il corso di questa parabola. Che si presenta così come la parabola finale del berlusconismo.

(L’Unità, 22 luglio 2014)

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