La malattia degli estremisti

Acquisizione a schermo intero 26072014 170341.bmpE ora son tutti lì a chiedersi: ma quel Benito lì, quello che nel ’19 fondò i fasci di combattimento, era davvero così pudico come dice Beppe Grillo? Perché il leader del Movimento Cinque Stelle, che fa di tutto perché ci si ricordi la sua prima professione, quella di comico, ha detto ieri che Renzi sta facendo un colpo di Stato (nientemeno!), e che Mussolini, lui almeno, ebbe più pudore. E uno se la immagina, la pudicizia di Mussolini, la ritrosia di Mussolini, e non sa se fosse più timidezza caratteriale o onestà di costumi. Lo si vede, il futuro Duce, dare libertà d’azione alle squadracce fasciste, e organizzare la marcia su Roma, e varare le leggi fascistissime, non perché c’era da buttar giù le vecchie strutture dello Stato liberale, ma solo – come dire? – per un apprezzabile senso di schiettezza, per quel sanguigno parlar franco tipico dei romagnoli. Per mettere le cose in chiaro, insomma, mica per intimidire, costringere, conculcare.

Ora però fate un piccolo esperimento. Andate su google e digitate nella barra di ricerca le seguenti parole: «“colpo di stato” site: beppegrillo.it». Il gigante di Mountain View vi darà il responso: l’espressione ricorre nel sito di Grillo la bellezza di 4500 volte circa. Quattromilacinquecento. È come se la favola della pecora che gridava «al lupo! al lupo!» nessuno l’avesse mai raccontata a Beppe, nemmeno quando era piccolo. Perché se davvero fosse preoccupato della tenuta dell’ordinamento democratico italiano, o anche solo della qualità della nostra democrazia, l’ultima cosa che dovrebbe fare, per sperare di essere minimamente preso sul serio, è ingolfare il blog di strilli altissimi contro il colpo di stato permanente o intermittente, subdolo o all’italiana, politico o finanziario, «pieno» o «vero e proprio» ma anche «sobrio» oppure «silente», in preparazione o già avvenuto, in atto o in potenza. Insomma: ce n’è per tutti i gusti. A febbraio, per esempio, Grillo scriveva: «In Italia è in corso, ora, mentre tu leggi questo articolo, un colpo di Stato, non puoi più far finta di nulla. Non è il primo, potrebbe essere l’ultimo». Si sbagliava: non era l’ultimo! Ma perché pensare allora che questo che si consuma ora, col caldo che fa, è quello buono? E che razza di colpi di Stato si fanno in questo paese, se c’è bisogno di riproporli a distanza di pochi mesi?. Mentre leggi questo articolo, un colpo di Stato è in corso: e ora cosa fai, vai in vacanza? Mah, direi di sì, tanto alla ripresa autunnale se ne riparla.

In termini di analisi, sono forse tre le spiegazioni possibili. La prima chiama in causa lo stile di comunicazione:  per farsi sentire, bisogna urlare. Il che però vuol dire che possiamo dire addio al rapporto tra le parole e le cose: le parole non significano le cose, sono solo esclamazioni; come dire «boom!», così l’altro si volta. Seconda spiegazione: data la natura del movimento, Grillo deve continuamente additare il nemico, per tenere compatti i suoi. La cosa ha una sua plausibilità, non sia mai gli scappi via Di Maio (a proposito: cosa fa un vice Presidente della Camera, mentre è in corso un colpo di Stato? Non parla più con Napolitano, e poi? Basta mettere il muso?). La terza è però la spiegazione più convincente. Se i grillini non toccano palla, non deve essere per colpa loro, ma per colpa degli altri. E allora viene bene l’idea complottarda che senza manganelli o carri armati il colpo di Stato è in atto, e tu non fai nulla non perché hai scelto una strategia politica inconcludente (che è la verità), ma perché non si può più far nulla (che è la scusa). È tutto finito. Game over. Salvo strillarlo un’altra volta, alla prima occasione.

Ma Grillo non è il primo, né il solo. Anche Berlusconi amava contare a mucchi i colpi di Stato a suo danno. Me ne hanno fatti tre, anzi quattro, diceva. Me ne fanno uno dopo l’altro, diceva. Non c’è mai stata volta che Berlusconi se ne sia andato a casa per un insuccesso elettorale, secondo la fisiologia del nostro sistema. No: una volta sono stati i magistrati, un’altra sono i poteri forti, un’altra ancora è stato il Presidente della Repubblica. E quando proprio arrivava il momento del voto, c’era sempre la possibilità di accusare i brogli, il colpo di Stato nelle urne.

Pensando a come la metteva il Cavaliere, viene però in mente un’altra spiegazione ancora: l’infantilismo, quell’impulso irresistibile ad andarsene via col pallone, che ogni bambino conosce. O, per dirla con le categorie politiche di un certo Lenin: la malattia degli estremisti. Pensate, perfino un rivoluzionario come lui – uno che di colpi di Stato doveva intendersene – riusciva a stigmatizzate «la puerilità della ‘negazione’ della partecipazione al parlamento». E chissà, forse prefigurando le future ciance del comico genovese, aggiungeva che, così facendo, «si fugge soltanto la propria ombra, si chiudono soltanto gli occhi di fronte alle difficoltà e si cerca soltanto di disfarsene con le parole». Eh già: ben detto, compagno Vladimir Ilich.

(L’Unità, 26 luglio 2014)

Una risposta a “La malattia degli estremisti

  1. Ottima e interessante analisi.

    Al momento il movimento non è riuscito a uscire dal guscio della politica negativa sensazionalistica. Il che a mio (modesto) parere è un bell’errore, poiché è un movimento (partito, o come dir si voglia) che intrappola forze importanti di quella sinistra di cui oggi si avrebbe bisogno.
    Un giorno (magari non troppo lontano) sarebbe bello vedere la parte sana del 5s e la parte sana del PD riuscire a costruire qualcosa insieme.

    PS. Interessante soprattutto lo spunto sull’autoreferenzialità dei partiti (e dei loro capi politici). Ognuno si dipinge come il salvatore della patria in una dicotomia noi-loro, che di certo non fa bene al pluralismo delle idee (sebbene queste possano essere al momento di bassa/bassissima lega).

    Saluti

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