Il germoglio di una domanda

papa178Il vescovo, la diocesi, i sacerdoti. E una condizione di vita che a volte può isterilirsi nella solitudine della «vita celibataria». Papa Francesco ha incontrato la Chiesa di Caserta, nella cappella palatina della Reggia, e mettendo da parte il discorso ufficiale, consegnato nelle mani del vescovo, non ha rinunciato a dialogare con il clero diocesano sui temi più difficili. Nel suo stile: aperto e colloquiale. Poi, nell’omelia ai fedeli, ha esordito così: «Gesù si rivolgeva ai suoi ascoltatori con parole semplici, che tutti potevano capire». E davvero sono parole semplici, le sue: tutti possono leggerle, tutti possono capirle.

Se però le si legge con la dovuta attenzione, si troverà un’osservanza rigorosa dei limiti entro cui corrono le parole di un Papa, le sue esortazioni, il suo insegnamento. A braccio, sì, ma non a ruota libera: Papa Francesco non manca mai di richiamare il testo biblico, i documenti ufficiali, le parole dei suoi predecessori. E tuttavia di aprire insieme nuove strade.

Un Papa che parla a braccio, che conosce il valore della parole, sa infatti che il peggior nemico della parola è la chiacchiera. Invita perciò al dialogo e al parlar franco, ma condanna la chiacchiera malevola. Un conto è parlare, un altro sparlare: la chiacchiera, la diceria, è del diavolo. Se poi la chiacchiera viene dalla solitudine del prete, allora vuol dire che il celibato è vissuto come una privazione: come «sterilità», non come «fecondità» spirituale. Il Papa non sorvola così su uno dei temi più scabrosi della vita della Chiesa: manifesta comprensione, non si spinge oltre ma lascia intravedere una profonda interrogazione sulla condizione sacerdotale. « Un uomo solo finisce amareggiato, non è fecondo e chiacchiera sugli altri. Questa è un’aria che non fa bene». Ora, è presto per dire se verrà aria nuova, per i preti, ma un seme, forse, è gettato. Nel pieno rispetto dei fondamenti gerarchici della comunità ecclesiale: «Il Vescovo potrà forse essere un uomo con cattivo carattere: ma è il tuo Vescovo», si raccomanda con i sacerdoti.

Il Papa ha poi parlato del dialogo col mondo. Che avviene ad alcune condizioni. Prima condizione è l’identità: dialogare non significa rinunciare alla propria identità, o «barattare la propria fede». Seconda condizione è l’empatia, ossia la capacità di ascolto, la disposizione ad accogliere le parole dell’altro, senza condannarle a priori. Terza condizione, per un cristiano la più importante di tutti, è però la preghiera. Prima di dialogare un cristiano prega. Senza la preghiera – spiega il Papa – la Chiesa diventa una ONG, una sorta di associazione filantropica. Il rapporto di fede con Dio resta dunque la radice, anche quando più grande si fa la sollecitudine all’incontro con le altre persone e le altre culture. La Chiesa non può accomodarsi nel più edulcorato dei multiculturalismi.

Si potrebbe dire allora con il Paolo della Prima Lettera ai Corinzi: c’è sì la profezia, la parola rivolta agli altri, al mondo e alla storia. Ma resta il nocciolo più segreto della glossolalia, della parola rivolta al Signore. Nella Chiesa di Francesco, quest’ultima non è però mai fine a se stessa, mai chiusa in un rapporto esclusivo con Dio, ma sempre donata, sempre condivisa, sempre «trascendente»:  è «il cammino che Dio ha indicato agli uomini, al popolo, fin dal primo momento quando disse ad Abramo: “Vattene dalla tua terra”. Uscire da sé. E quando io esco da me, incontro Dio e incontro gli altri».

Alcune parole tracciano per il Pontefice questo cammino: creatività, vicinanza. La vicinanza riformula il tema cristiano del prossimo, che è al centro della pastorale di Papa Francesco. Ma nelle parole di l’altrieri l’enfasi era posta sulla creatività, sul coraggio, sulla «novitas» cristiana, sulla sorpresa. Essere cristiani significa essere nuovi, così come sempre nuovo è lo Spirito. Nei discorsi del Papa si sente meno, insomma, il peso della Tradizione: anche se essa non si presenta mai come un ingombro, l’accento cade tuttavia sulla necessità di vivificare sempre nuovamente la comunità ecclesiale. Il Papa non esita a fare allora due esempi davvero sorprendenti. Il primo è quello di Antonio Rosmini, sacerdote, filosofo, teologo, i cui libri (alcuni anche di dura critica alle «piaghe» della Chiesa) furono messi all’indice, e che la Chiesa ha poi proclamato beato: che questa vicenda sia presa ad esempio da un Papa la dice lunga sulle sue intenzioni riformatrici. Il secondo esempio è invece quello di una donna, avvicinata da un amico sacerdote, la quale era passata al protestantesimo ma che custodiva ancora gelosamente un’immagine della Madonna. Quel racconto è servito al Papa per ricordare infine due cose: non rinunciare ad avvicinare le persone, senza però lo spirito troppo zelante del proselitismo e valorizzare l’importanza e la ricchezza della pietà popolare. Più che la definizione in dottrina, conta quello che si scrive nei cuori.

(E poi, poi com’è finita con quel prete e la donna devota? Questa, ha detto Francesco con un sorriso, «è una domanda che non si deve mai fare». Perché le cose non finiscono, e questo è il senso vero dell’annuncio cristiano).

(Il Mattino, 28 luglio 2014)

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