Magistrati, indipendenza non è impunità

Acquisizione a schermo intero 06082014 104518.bmpRiformare la giustizia italiana, mettere mano al delicatissimo tema della responsabilità civile dei giudici, raccogliere le raccomandazioni che vengono dalle sedi europee: a quanto pare, finalmente, si può fare. Con la pubblicazione della bozza di riforma da parte del Ministero della Giustizia, sembra prendere concretamente avvio un’azione riformatrice che si annuncia incisiva e coraggiosa. Oltre che, diciamolo, doverosa. Naturalmente bisognerà aspettare che la riforma vada in porto – che cioè diventi legge – ma perlomeno è chiara fin d’ora l’intenzione del governo di fare sul serio.

In tema di responsabilità civile dei giudici – cioè della possibilità per il cittadino di essere risarcito per «cattivo uso del potere giudiziario» – sul serio, finora, non si era fatto. Vi fu un referendum, promosso e vinto dai radicali, ma poco dopo intervenne una legge – la legge Vassalli del 1988 – che di fatto vanificò l’esito referendario. Come correttamente spiega oggi il ministero, nei venticinque anni successivi alla sua introduzione la legge ha funzionato «in modo assolutamente limitato», perché essa «prevede una serie di limitazioni per il ricorrente, che finiscono per impedire l’accesso a questo tipo di rimedio e rendono poi aleatoria la concreta rivalsa sul magistrato». In termini appena più espliciti: preoccupata di garantire l’indipendenza del magistrato, la legge non assicurava affatto al cittadino la possibilità di ricorrere contro le ingiustizie subite. Il numero assolutamente ridicolo di ricorsi andati a buon fine sta lì a dimostrarlo. E oggi il ministero ne prende atto.

Nelle linee guida predisposte dal ministro Orlando, è invece perseguito con chiarezza l’obiettivo di rendere effettiva, non più velleitaria, l’azione di risarcimento. Questo non vuol dire che l’indipendenza del magistrato verrà compromessa, ma che non verrà più scambiata per irresponsabilità o, peggio, impunità – come nei fatti è finora accaduto. La riforma promossa dal ministro della giustizia non prevede la possibilità di agire direttamente contro il magistrato per dolo o colpa grave: sarà dunque lo Stato a rivalersi a seguito dell’azione intentata dal cittadino; ma, per un verso, cadono i paletti posti finora all’ammissibilità dei ricorsi, e, per l’altro, lo Stato è tenuto d’ora innanzi a procedere contro il magistrato in caso di «negligenze inescusabili». Si ampliano poi le ipotesi in cui può essere intentata causa: non solo dolo e colpa grave, ma anche «violazione manifesta delle norme applicate» e «manifesto errore nella rilevazione dei fatti e delle prove». Si tratta di un ampliamento significativo, che rende meno opinabile e sfuggente l’individuazione delle responsabilità, poiché ne àncora la determinazione a condotte sufficientemente tipizzate perché possano essere riconosciute nella loro oggettività. Come dire: le norme ci sono, il magistrato le conosce e non può non applicarle, senza rispondere della mancata applicazione. Lo stesso dicasi quando è conclamata la negligenza riguardo al rilevamento dei fatti. Accampare in maniera pretestuosa la discrezionalità del magistrato diviene ora più difficile. Non viene certo compromesso il principio: tocca sempre al magistrato valutare fatti e circostanze, ma non si può fare come se non ci fossero leggi, fatti o prove. Più in alto della discrezionalità e del libero convincimento del singolo magistrato sta l’evidenza di ciò che è «manifesto»: neppure un giudice, insomma, può negarlo senza risponderne.

Insomma, a guardare i lineamenti della riforma messa finalmente in cantiere, c’è caso che qualcosa finalmente si muova anche nel pianeta più refrattario ai cambiamenti: quello, appunto, della giustizia. Bisogna ora che il governo dimostri di avere la forza politica per portare a casa il risultato. Perché le resistenze non mancano e non mancheranno. Per ora si esprimono in forma di distinguo, di qualche solenne affermazione di principio, di valutazioni circospette e di attese prudenti. In fondo, che l’Associazione nazionale magistrati, per bocca del suo segretario Sabelli, trovi il modo di soffermarsi non solo sul rischio delle «cause strumentali», sollevate cioè con l’obiettivo di intimidire i magistrati, ma anche su aspetti tutto sommato marginali, come l’elevamento della soglia economica della rivalsa, che nel testo della riforma passa da un terzo a metà dello stipendio annuale del magistrato, prova l’attenzione occhiuta che verrà prestata a tutti i punti della riforma, nessuno escluso. La strada è dunque ancora lunga, ma per la prima volta si vede la possibilità di mettere la parola fine a una storia lunga un quarto di secolo. E chissà che a chiuderla non possa essere la morale che tirava Esopo in una sua favola: quando in uno Stato regna la giustizia e i giudici la rispettano, anche i deboli possono vivere tranquilli.

(Il Mattino, 5 agosto 2014)

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