Perché passa per Ankara l’ultima occasione

Acquisizione a schermo intero 12082014 110735.bmpÈ presto per dire quale strada prenderà la Turchia, dopo il successo di Recep Tayyip Erdogan, confermato alla guida del paese nelle elezioni presidenziali di ieri, dopo più di un decennio di ininterrotta premiership. Manca però davvero poco, se non è già tardi, all’ora in cui l’Europa finirà di esercitare una reale forza di attrazione per la leadership turca e per il paese.

Erdogan vince in mezzo alle critiche, alle denunce dell’opposizione, agli scandali messi, nei mesi scorsi, più o meno a tacere. Ma vince, e ha con sé più della metà del paese. Vince in un contesto che, secondo gli standard occidentali, non è ancora pienamente democratico. Ma vince, e rimane un interlocutore decisivo nell’area. Lascia la poltrona di premier e assume la presidenza del Paese: sul modello, dunque, di Vladimir Putin,  e con uno stile che lascia temere possibile un ulteriore scivolamento autoritario. Però, nella prima dichiarazione rilasciata dopo che il risultato ha preso a delinearsi nelle urne, ha scandito: «Continueremo a servire la nazione per migliorare la democrazia». La domanda è perciò se all’Europa interessa dare rilievo a queste parole, assecondare e favorire un processo del genere, e insomma continuare ad avere sul proprio fianco sud-orientale un partner, un alleato e potenzialmente un nuovo membro dell’Unione, o se invece intende lasciare che si accentui l’indifferenza, quando non l’estraneità del paese della mezzaluna rispetto ai valori che costituiscono il comune denominatore della civiltà europea.

Non è una domanda oziosa. Non lo è mai stata, perché il peso geopolitico della Turchia nello scacchiere europeo e mediorientale, e dentro il quadro dell’Alleanza atlantica, ha sempre messo l’Unione europea dinanzi al dilemma di un allargamento oltre lo stretto del Bosforo. Ma diviene, quella domanda, ancora più pungente oggi: non solo cioè all’indomani di un voto che conferma la presa di Erdogan sul paese, ma dopo la terribile notizia del massacro della comunità yazide nel nord dell’Iraq, dove operano le milizie islamiste dell’Isis, il califfato che si va formando fra Iraq e Turchia, a ridosso della regione curda. Più di cinquecento persone sono state ammazzate, molte sepolte vive in fosse comuni. Come i cristiani, così gli yazidi sono, nei periodi di calma, mal sopportati e oggetto di pesanti discriminazioni da parte della maggioranza musulmana. In quelli in cui invece l’intolleranza religiosa incrudelisce, sono perseguitati fino all’eccidio di massa. È quello che sta accadendo in questi giorni, e che ha spinto l’America ad agire, nel tentativo di evitare lo sterminio di intere popolazioni, consentendolo loro di raggiungere i territori sotto controllo curdo.

Ma l’Europa? In cosa consiste, se consiste, l’azione dell’Unione Europea? Le preoccupazioni umanitarie sono naturalmente comuni a tutti i governi europei, ma non si può dire invece, per l’ennesima volta, che esista anche una politica estera comune dell’Unione. Una politica comune suppone infatti la capacità di definire in comune gli interessi da difendere. Lo steso intervento umanitario può, anzi deve essere sostenuto, o deve sostenere, una politica verso quell’area: diversamente, non serve nemmeno a mettere in pace le nostre coscienze di buoni europei.

Ma, al punto in cui siamo, mentre l’intera regione mediorientale è punteggiata da pericolosi focolai di tensione, già accesi e capaci di espandersi, mentre tutta l’area mediterranea è ben lontana dall’aver raggiunto una condizione di stabilità – dopo essere stata percorsa dai venti delle primavere arabe -, mentre nel mondo islamico si accentuano le spinte ad una radicalizzazione dei conflitti, bisogna davvero che l’Unione europea ci aiuti a capire se questi interessi comuni esistono, e sono sufficienti a disegnare una politica, o se invece si intende continuare «as usual», con una formale rappresentanza dell’Unione che si limita a moltiplicare le dichiarazioni di principio, mentre i singoli paesi continuano a seguire le linee tracciate dagli interessi economici nazionali.

Tra le credenze yazidi, in cui sono confluiti elementi diversi di giudaismo cabalistico, di cristianesimo zoroastriano e di misticismo islamico, vi è quella che se si rimane chiusi dentro un cerchio tracciato sulla sabbia non è possibile liberarsi da soli. Ma non sono solo i yazidi che rischiano di rimanere intrappolati: è la geopolitica contemporanea che rischia sempre più di assomigliare a un confronto fra grandi spazi chiusi entro cerchi sempre meno permeabili. Quando i cerchi si chiudono, sono proprio le aree cerniera, in cui nei millenni civiltà e religioni si sono mescolate, a rischiare di venire stritolate. Aprire invece quei cerchi, tenere aperte le strade di incontro, di confronto e di scambio, contrastare così l’islamizzazione radicale è un compito che l’Europa ha tutto l’interesse ad assegnarsi, a cominciare dal dialogo e dalla cooperazione con la Turchia di Erdogan.

(Il Mattino, 11 agosto 2014)

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