La caparra sulla pena che non è giustizia

ingiustizia-290x290Il caso non è chiuso. Ma un altro se ne è aperto. Il caso è quello dell’influente deputato di Forza Italia, Luigi Cesaro. La Procura aveva richiesto per l’ex Presidente della provincia di Napoli la custodia cautelare, e il gip aveva firmato l’ordinanza. Ma, prima che il Parlamento si pronunciasse in merito, è arrivata la decisione del Tribunale del Riesame, che ha giudicato non sussistenti i gravi indizi su cui era fondata la richiesta del provvedimento restrittivo. Il caso non è chiuso perché il processo non è stato ancora fatto, anche se la tendenza a celebrare i processi fuori dai tribunali, e magari a giudicarli anche conclusi, continua imperterrita presso una certa opinione pubblica.

Ma un altro caso si apre, perché non può passare inosservata la vicenda, per cui un parlamentare – cioè un rappresentante del popolo italiano, cioè un componente del più alto consesso politico in un paese democratico – si vede raggiunto da una richiesta di arresto, per fatti risalenti a dieci anni fa, richiesta che arriva (si badi bene) dopo oltre due anni durante i quali le carte erano rimaste ferme presso l’ufficio del gip, e che viene sconfessata clamorosamente solo poche settimane dopo.

Certo, è normale dialettica procedurale: i ricorsi si fanno per quello, e a volte vengono respinti, altre volte vengono accolti. Questa volta hanno vinto gli avvocati di Luigi Cesaro, altre volte avrà vinto la Procura.

Viene da dire: ci mancherebbe pure. Ci mancherebbe che non fosse così; che, al contrario, ogni richiesta della Procura venisse confermata non dopo due anni ma dopo due minuti prima dal gip e poi dal riesame. Ma, al di là dell’ovvia fisiologia del sistema, forse «dobbiamo avere il coraggio di ammettere che la custodia cautelare serve, nei casi in cui non vi è né pericolo per la collettività, né rischio di inquinamento delle prove, per ‘anticipare’ una pena che si teme non venga poi scontata anche in caso di condanna». Sono parole di Giuliano Pisapia, l’attuale sindaco di Milano, già presidente della commissione giustizia della Camera, nella XIV legislatura. Nel caso di Luigi Cesaro, non so dire se si tema davvero che la condanna, se e quando verrà, sarà del tutto inefficace. Resta però che l’opinione comune, che la magistratura pare tenere in qualche conto, o comunque ne tiene conto il giudizio sopra il suo operato, è che per i potenti è sin troppo facile farla franca: tanto meglio dunque se finiscono in carcere ancor prima che arrivi il verdetto definitivo. Ma questo «non è ammissibile, perché snatura il concetto e il senso stesso di giustizia che non può mai essere né vendetta, né punizione anticipata per una futura eventuale condanna». Pisapia scriveva queste parole nel 2010, riflettendo (con Carlo Nordio) intorno alle storture della carcerazione preventiva e più in generale ai mille problemi della macchina giudiziaria. Ma, da allora ad oggi, è difficile dire che sia mutato qualcosa. Se una riforma della giustizia si deve fare, e il ministro Orlando sembra finalmente intenzionato a farla, deve essere anche, se non soprattutto, per mutare questo stato di cose.

La libertà personale è un diritto fondamentale in ogni e qualsiasi ordinamento liberale. La custodia cautelare, cioè la restrizione di quella libertà prima che sia intervenuta una sentenza di condanna, non può perciò non essere un’eccezione ben circoscritta alla presunzione di innocenza. Non può valere come caparra sulla pena, e nemmeno come mezzo per estorcere confessioni. Il rispetto poi delle prerogative (non dei privilegi) che spettano a un parlamentare per la funzione che svolge dovrebbe, se mai, essere un motivo per rendere ancor più limitato – non meno – il ricorso alla misura cautelare. Ma è di tutta evidenza che non è così. Per molte ragioni, e magari per alcune anche buone: perché rimaniamo un paese con un forte tasso di corruzione della vita pubblica, perché persistono gravissime aree di collusione fra politica, malaffare e criminalità; o anche, semplicemente, perché i cattivi esempi si sprecano. Ma né il senso di giustizia né la tutela della collettività possono consentire deroghe, così ampie e così frequenti, a un principio irrinunciabile di civiltà giuridica: il carcere viene dopo e non prima della condanna.

Quanto alla necessità politica e civile, non giudiziaria, di migliorare la qualità della nostra classe dirigente, non è, neppure questa, cosa trascurabile. Cesaro ha peraltro dichiarato a questo giornale che intende lasciare la vita pubblica: prendiamone atto con rispetto, e insieme rammarichiamoci che ciò avvenga per vie diverse da quelle dell’ordinaria contesa politica. Perché sono altre le strade che deve percorrere il rinnovamento della politica, strade che non possono richiedere in nessun caso il pervertimento dei principi del diritto.

(Il Mattino, 17 agosto 2014)

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