L’Occidente non fa guerre in nome di Dio

Acquisizione a schermo intero 23082014 110626.bmpLe due domande poste ieri da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere meritano una risposta non evasiva. C’è un conflitto in corso, e anche se il teatro bellico è lontano dai nostri confini (e dalle nostre vacanze), quel conflitto ci riguarda. La barbara uccisione del giornalista americano James Foley da parte dei miliziani dell’Isis parla chiaro: c’è un nemico che ha dichiarato guerra all’Occidente, e non possono bastare le azioni umanitarie, gli appelli alla pace, i ripudi della guerra scritti – ipocritamente o no – in Costituzione. Con le sue due domande, Galli della Loggia chieda che si guardi in faccia la realtà, senza eludere il nodo rappresentato dallo scontro di civiltà attualmente in corso. Che è anche conflitto religioso. Lo si può chiamare in molti modi, ma i fatti non cambiano se solo li si chiama in altro modo.

Le due domande sono dunque le seguenti: la prima, se un aggressore ti muove guerra in nome di Dio, non è forse inevitabile che la tua reazione all’offesa, proporzionata quanto si vuole, assuma comunque anch’essa, se intende davvero essere all’altezza della situazione, un significato religioso? La seconda: se fra coloro che  combattono l’Occidente, la sua civiltà, vi sono (perché vi sono) miliziani nati in Occidente, cresciuti in Occidente, educati in Occidente, ciò non vuol forse dire che è fallito il modello di integrazione proposto dall’Occidente?

Le due domande sono entrambe retoriche. Ad entrambe, Galli della Loggia risponde infatti senza tentennamenti che sì, la guerra non può non prendere una coloritura religiosa; e sì, il modello di integrazione, comunque lo si sia declinato sin qui in questo o quel paese europeo, è fallito. È morto e sepolto.

E invece: senza affatto eludere le questioni poste, senza cambiare i nomi alle cose nascondendo come struzzi la testa sotto la sabbia, e senza neppure sminuire la portata del conflitto in corso, ad entrambe le domande si può – e forse, anzi, si deve – rispondere nettamente di no.

La prima risposta richiama insieme una condizione logica e un dato storico cruciale. La condizione logica: se il nemico ti muove guerra – poniamo – su basi razziali, anche la più risoluta delle reazioni non è richiesto affatto che prenda un significato razziale. Ne abbiamo avuto, peraltro, la dimostrazione storica: nella guerra contro il nazifascismo. Allo stesso modo: se il tuo nemico grida il nome di Dio prima di combattere, non occorre affatto che lo gridi anche tu, e non sarai necessariamente imbelle per il solo fatto che ti rifiuti di declinare in termini bellicistici la tua religione. Quanto al dato storico cruciale: la statualità moderna, cioè l’esperienza politicamente decisiva per l’Europa intera, nasce dalla fine delle guerre di religione. Se c’è una cosa che l’Europa significa, questa cosa è: qui non si combatte più in nome di Dio. Chi come Galli della Loggia difende la civiltà europea (e occidentale), e non si contenta di dire che tutte le culture si equivalgono, non può, non deve rinunciare a questo tratto essenziale della storia europea, tanto più in quanto intende sottolinearne il valore irrinunciabile e non relativizzabile.

La seconda domanda richiede un esame concettuale più attento. Se tra i fanatici dell’Isis vi sono immigrati europei di seconda e terza generazione, questo non può voler dire soltanto che la loro integrazione è fallita (né va peraltro trascurato che non sono pochi – sono anzi la maggioranza – quelli che invece non sono partiti per combattere a Tikrit o a Mosul, ma continuano a vivere in pace nelle nostre città). Certo, qualcosa non ha funzionato. In particolare, non ha funzionato la forbice apertasi fra le aspettative e le mete raggiunte: per chi è arrivato in Occidente convinto di poter immettersi in un corso economico e sociale vincente, dal quale è rimasto invece relegato ai margini, il contraccolpo deve essere stato forte; il risentimento, ancora di più.

Ma se da ciò traiamo solo la conclusione che non basta, per integrarsi in una civiltà, studiare in Occidente, avere amici occidentali, o condividere abitudini e usi dei paesi ospitanti, allora adottiamo di fatto un concetto di civiltà che tiene fuori tutti questi elementi, visto che non sono essi che fanno di un immigrato un occidentale: invece di escludere il fanatismo e l’odio religioso dalla nostra civiltà, rischiamo di escludere dal nostro concetto di civiltà gli studi, le amicizie, i costumi, la lingua. Tutto ciò, insomma, che non è servito a occidentalizzare il combattente dall’accento britannico che ha alzato barbaramente il coltello contro Foley. Che è però anche tutto quello a cui noi – noi: non lui – teniamo, o dovremmo tenere di più (vacanze comprese). Non siamo riusciti a «includere» nel nostro mondo quell’uomo incappucciato: non per questo dobbiamo rinunciare a un concetto inclusivo di civiltà. Soprattutto, non può rinunciarvi chi volesse difendere la superiorità del processo di civilizzazione occidentale. Perché esso in tanto sussiste, in quanto mantiene questo carattere aperto e inclusivo. Altrimenti, non meravigliamoci affatto che Occidente torni a significare per il resto del mondo solo l’imperialismo coloniale e la sopercheria dell’uomo bianco.

 

(Il Mattino, 23 agosto 2014)

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