È un segno di progresso. No, è una doppia trappola

Massimo Adinolfi, Alessandro Barbanogdimage

Caro Direttore,
Leggo che, per decisione del Tribunale di Roma, da oggi anche in Italia è possibile l’adozione da parte di una coppia gay. Si tratta senza dubbio di una decisione importante, che cambia molte cose rispetto al passato: nei rapporti tra figli e genitori e nel riconoscimento di una pluralità di modelli familiari presenti nella nostra società. Tale decisione, non dobbiamo dimenticarlo, muove però, innanzitutto, dal riconoscimento di una situazione data, che è peraltro sempre più frequente. La bambina adottata vive già con la coppia che l’ha sin qui cresciuta. Il dato infatti è che una delle due donne é andata all’estero, e grazie alla fecondazione eterologa ha avuto una bambina. In seguito, la madre non biologica ha chiesto che venisse riconosciuto il legame genitoriale stabilitosi nel tempo. E il tribunale, «nel supremo interesse del minore» ha riconosciuto che per la bambina fosse miglior cosa avere entrambe le figure genitoriali. Di qui l’adozione. Forse non è il tribunale, non è la decisione di un giudice, la via per la quale debba passare un così profondo cambiamento: sarebbe meglio che una legge dello Stato desse ordine alla materia e indicasse con chiarezza quali interessi e quali principi lo Stato intende tutelare e promuovere. Ma voglio usare una parola che troppi hanno ormai quasi dismesso: io vedo nell’adozione gay un progresso. Non voglio scomodare «la negazione del dato naturale» di  filosofica memoria, dico però che la capacità dell’uomo di risignificare storicamente, socialmente e simbolicamente il dato naturale è ciò che ne contraddistingue, per l’appunto, l’umanità. E infine, non vedo a chi tutto ciò possa far male.

Caro Professore,
se, come lei dice, la sentenza sana una genitorialità di fatto preesistente nell’esclusivo interesse del minore, non mi pare che da essa possa dedursi la legittimazione di un diritto all’adozione per tutte le coppie gay. E meno male, mi viene da dire, per almeno due motivi. Il primo riguarda il metodo e la titolarità di chi può assumere una decisione così importante. In tutti i paesi dove l’adozione è permessa agli omosessuali, ciò è avvenuto per una deliberazione politica dei Parlamenti, cioè dei rappresentanti eletti dai cittadini, non per la supplenza di un giudice che s’arroga la facoltà di riscrivere, in nome e per conto di tutti, leggi che riguardano diritti personalissimi, tutelati dalla stessa Costituzione nella forma più rigorosa.
Quanto al merito, e vengo al secondo motivo, mi pare che lei cada in buona fede in due trappole culturali figlie dei tempi. La prima è di considerare giusto e bene tutto ciò che è progresso. Che cosa intende per progresso? È progresso, anzi è giusto progresso una fecondazione eterologa fatta all’estero da un single, eludendo le leggi del proprio Paese che impongono, a tutela del minore, quantomeno la stabilità di una coppia e una responsabilità condivisa? La seconda trappola riguarda lo scambiare per «umanità» ciò che lei definisce «la capacità dell’uomo di risignificare storicamente, socialmente e simbolicamente il dato naturale», come se quest’ultimo fosse di per sé cattivo nella sua essenza di limite biologico. Mi chiedo piuttosto se dietro quella capacità che lei attribuisce all’autonomia dell’uomo non si nasconda un cedimento alle prestazioni della tecnica, che finisce per farle considerare giusto tutto ciò che è semplicemente possibile. C’è più libertà nello sfondare il limite della natura o nella coscienza dell’umana finitezza?

Caro Direttore,
sono d’accordo con lei quanto alle responsabilità che il Parlamento nazionale deve assumersi in una materia, in cui non sono ammissibili atteggiamenti pilateschi. Non mi basta un giudice, e anche se mi felicito di cuore con la coppia ricorrente per la decisione del tribunale, non mi piace affatto che ancora una volta la legge segua il provvedimento giudiziale, invece di precederlo.
Nel merito, però, le sue osservazioni toccano, mi rendo conto, punti essenziali. Distinguo intanto il caso particolare, in cui mi sembra che il giudice abbia tenuto conto, nella sua decisione, proprio della stabilità della coppia che lei richiede, e della sua capacità di assicurare il miglior ambiente per la crescita del minore. Ma vengo alle due fallacie che mi attribuisce. Anzitutto all’idea del progresso: lei crede che si possa rinunciare ad essa? Nella sua forma minimale, con progresso indichiamo semplicemente una transizione, nel tempo, da una situazione peggiore ad una migliore. A questa forma vorrei attenermi, rinunciando a designare orizzonti complessivi, o totalizzanti filosofie della storia. Orbene, è meglio, per me, se cadono differenze di trattamento che non siano giustificate da beni o valori più alti da tutelare. Ed è migliore un’uguaglianza in più e una diseguaglianza in meno, quando essa non mortifichi, ma anzi promuova la libertà di ciascuno e di tutti. Come vede, cerco di tenermi lontano dalla tirannia del possibile che, in quanto può, deve anche essere realizzabile e realizzato. Lei però dice che la differenza «in re», ossia il dato naturale, il limite biologico, giustifica e fonda la differenza di trattamento. Io non lo credo. Nessun dato ha valore se non è «significato». Non dico però che non siano differenti le diverse figure di coppie o le diverse formazioni familiari. Dico che questa differenza non contiene, in quanto tale, un bene evidente da tutelare. Non dico neppure che non contenga un bene: tradizioni, usi, costumi, possono essere ad esempio un bene. Ma è bene più grande, ed è un progresso, la più ampia uguaglianza che la nuova situazione garantirebbe a uomini e donne.

Caro Professore,
non è il dato naturale a giustificare, di per sé, un trattamento diverso tra coppie gay ed eterosessuali, quanto al diritto di adottare un bambino. Se ho dato l’impressione di sostenerlo, me ne scuso. Intendevo piuttosto criticare un tic culturale per cui è bene tutto ciò che è progresso, ed è progresso tutto ciò che ridefinisce il limite naturale delle cose con una pretesa razionalità che troppo somiglia a un’ideologia. Quest’idea, piuttosto diffusa, mi pare espressione di un pericoloso liberismo dei diritti civili che, per ironia della storia, cresce sulle ceneri di un pensiero collettivista. Perché qui si parla appunto di diritti e doveri, non di tradizioni e costumi. Che cos’è la genitorialità? È forse un diritto individuale insopprimibile dell’individuo come espressione della sua autodeterminazione, o è anche e soprattutto una grande responsabilità sociale, cioè una funzione civile a cui è connessa l’educazione della prole e lo sviluppo della civiltà? Se conviene che questa seconda prospettiva è più vicina all’idea di uguaglianza che lei pone come obiettivo della ragione e delle sue azioni, converrà anche che la discussione non può esaurirsi in un confronto tra le prerogative delle coppie gay e di quelle etero. Poiché c’è un terzo soggetto che è l’unico titolare di diritti insopprimibili. Questo è il minore per la legge, il bambino per la famiglia e la società. Qualunque decisione va assunta nel suo prioritario interesse. È compreso nell’interesse di un minore, che non nasce per sua volontà, il diritto di pensare e dire «mamma e papà»? Noi crediamo ancora di sì, pur riconoscendo, rispettando e tutelando le libertà sessuali e le scelte di vita di chiunque, al pari delle nostre. Poiché tra i tanti «relativi» con cui di questi tempi costruiamo fragili certezze, è il diritto dei figli all’uguaglianza ciò che ci fa sentire, simbolicamente, umani.

Caro Direttore,
Credo che sia utile a entrambi, ma anche – mi auguro – ai lettori, mettere in evidenza un suo punto che può non solo vederci d’accordo, ma offrire una base di discussione pubblica più ampia. Si tratta di quel principio del «terzo», dinanzi al quale devono essere portati non solo gli argomenti di ciascuno, ma le stesse rivendicazioni di diritti soggettivi. Vale nel caso del minore e vale in generale, per il vivere in società. Su questo non ho dubbi e comprendo quindi la sua preoccupazione: io non credo che il lessico dei diritti individuali sia una base sufficiente per la costruzione della «civitas homini». Non su di esso ho costruito il mio primo intervento. Ma voglio estendere il nostro accordo a un secondo punto: lei ha ragione di prendere le distanze dal «tic culturale per cui è bene tutto ciò che è progresso». Non credo di esserne affetto, ma la sua espressione ha richiamato alla mia memoria la vecchia tirata di un bravo critico letterario, Alfonso Berardinelli, contro il ridicolo «tic progressistico» di un certo ceto emergente formato da intellettuali piccolo-borghesi ossessionati dal timore di non essere al passo coi tempi, di perdere il treno, di cui il critico tracciava un profilo assai pungente. Si era negli anni Ottanta, ma quel tic, forse addirittura una smorfia, c’è ancora. Rimane però, alla fine, la sua domanda più importante: «è compreso nell’interesse di un minore il diritto di pensare e dire “mamma e papà”?». Invece di rispondere, formulo un auspicio: che non si pretenda di dedurre la risposta da alcun sistema di concetti precostituito, ma di lasciarla al più ampio contributo delle scienze umane: della psicologia dell’età evolutiva, della psicanalisi, della sociologia della famiglia. Senza pregiudizi: davvero è compromesso qualcosa, oggi, quando un bambino fosse adottato da una coppia gay? Cosa ne sappiamo? Cosa ne vogliamo veramente sapere? Cosa ci dicono le esperienze già maturate? Possiamo arricchire quel luogo terzo che è lo spazio pubblico, di ragioni, inchieste, testimonianze, e spingere almeno il Paese a una presa di coscienza informata? Me lo auguro, e la ringrazio per lo spazio che ha voluto dedicare alla questione e la discussione che ha voluto stimolare.

(Il Mattino, 30 agosto 2014)

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