San Matteo non deve fare le giravolte

20140922_amorÈ finita con l’arcivescovo di Salerno, monsignor Luigi Moretti, circondato dalla Digos. La tradizionale processione di San Matteo, con la statua del santo patrono portata a spalla per le vie della città, è finita tra i fischi, le urla, la polizia. In linea con la conferenza episcopale campana – che raccomandava di «purificare, consolidare, elevare le feste religiose» – la Chiesa salernitana aveva in realtà provato a restituire alla processione il significato di una espressione pubblica della fede, affrancandola da logiche di altro tipo: politiche o commerciali, ad esempio. Ma le paranze, i portatori delle statue, non ne hanno voluto sapere: la processione doveva fermarsi dove volevano loro, e si è fermata. Le statue dovevano compiere le giravolte come dicevano loro, e le hanno compiute. E dovevano poter entrare nel palazzo del Comune, nonostante l’espresso divieto dell’arcivescovo (e il gradimento, invece, del sindaco De Luca, ieri polemicamente assente). E hanno trovato gli uscieri in servizio, le luci accese, il portone aperto, e sono entrate. Tra preghiere e benedizioni subissate dai fischi, grida e schiamazzi, portatori come capi ultras, il questore che muove gli agenti come allo stadio, il vescovo umiliato e il prefetto che, indignata, abbandona il corteo.

Ora, cosa c’è che non va nel documento approvato dai vescovi campani, al cui spirito monsignor Moretti avrebbe voluto intonare la festa di San Matteo? Quel documento ruotava intorno a una espressione, «pietà popolare». E ad una esortazione: difenderla. Non mortificarla o svilirla ma al contrario: difenderla. Difenderla contro scelte elitarie, «velatamente aristocratiche», che in altro linguaggio e in altri tempi (ai tempi, poniamo di Ernesto De Martino, grande studioso delle storie religiose del Sud) si sarebbero dette classiste. Insomma: la pietà popolare è una buona cosa, non una forma di credulità superstiziosa o un relitto del passato. Poi però il documento passava alla situazione attuale, e là palesava più di una preoccupazione: che la spontaneità della manifestazione popolare del culto si svuotasse di contenuti cristiani, che perdesse il valore di testimonianza devozionale, che decadesse a un fatto folcloristico, e soprattutto che potesse servire altri padroni. Nella parte relativa alle feste religiose e alle processioni colpisce infatti che i vescovi avvertissero l’esigenza di stabilire quanto segue: le varie confraternite e comitati che si costituiscono in occasione delle feste debbono avere l’autorizzazione del parroco; la guida dei cortei spetta sempre all’autorità religiosa; i comitati non possono interferire con la processione. E così via: spontaneità non significa spontaneismo e la Chiesa non può certo rinunciare al suo ruolo di direzione in materia di religiosità popolare.

Ma a Salerno questo ruolo di direzione è stato apertamente contestato, sbeffeggiato, offeso. Come se le tradizioni religiose non appartenessero più alla Chiesa, ma a loro: ai capi paranza, ai portatori delle statue. E a chi dà loro bordone, riconoscendogli una rappresentanza e ricevendone in cambio il formale inchino. «Piccoli episodi», ha scritto il sindaco De Luca il giorno dopo. De Luca ha cercato così di restituire serenità a una città scossa dall’accaduto, anche se ha prudentemente sorvolato su quel palazzo di città lasciato incredibilmente aperto, come un invito esplicito a disobbedire alle indicazioni impartite dall’arcivescovo. Ma se piccoli sono stati gli episodi, grande ne è il significato. Di chi è San Matteo? Ieri è sembrato che l’effigie del Santo non fosse più espressione dell’autorità religiosa. E un ragionamento molto elementare si è potuto così concludere: le parole del Santo a difesa della città sono: «Salerno è mia». Di chi è dunque Salerno? Di chi decide dove si ferma la statua del Santo. E di chi ne riceve l’inchino, qualunque cosa ne pensi l’arcivescovo.

A proposito di significati: che cosa significhi «popolo» oggi è un grande tema. Non solo cosa sia la pietà popolare ma proprio cosa sia un popolo, e dove e come se ne dia la rappresentazione. Nei luoghi a ciò preposti in una democrazia rappresentativa accade sempre meno. Nelle nostre democrazie pubblicitarie, mediatizzate, prevalgono le persone e i rapporti diretti. E conta chi dirige lo spettacolo. Relegare monsignor Moretti al rango di comprimario non è un piccolo episodio : costituisce, anzi, la scena madre. Anche se (o proprio quando) il vero protagonista è assente, e però fa sentire la sua voce fuori campo.

(Il Mattino, 23 settembre 2014)

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