Ma destra e sinistra sono ancora al palo

2479575094_857b31b7ddSe vi è tanta incertezza su quel che accadrà adesso, dopo la condanna di Luigi De Magistris, non è soltanto per la pervicacia che il sindaco intende mettere nella difesa della propria posizione, ma anche perché nulla nel quadro politico cittadino appare tracciato con chiarezza. Quanto alla posizione di De Magistris, in verità incertezze non ve ne sono, almeno sul piano giuridico: la legge parla chiaro e non c’è altro esito possibile che la sospensione dalla carica di sindaco. Mentre, sul piano strettamente processuale, De Magistris avrà ampio modo di ricorrere contro la sentenza, dando un seguito alle parole durissime pronunciate in questi giorni: invero non solo contro la sentenza, ma pure contro i magistrati che l’hanno emessa. Con quale senso del diritto e delle istituzioni ognuno può giudicare. Ma resta il fatto che la condanna c’è, giusta o sbagliata che sia, e la legge pure. E dunque non solo De Magistris, ma pure la consiliatura, e la città di Napoli, dovranno presto voltare pagina.

Ma cosa c’è nella pagina seguente, quella che si comincerà a scrivere da domani? Nulla o quasi. E di nuovo: non solo perché non si sa se e quando si voterà, ma perché le forze politiche cittadine nulla o quasi hanno costruito in questi anni. Nel 2011, la bandana di De Magistris ha potuto conquistare Palazzo San Giacomo a causa delle divisioni dei due principali schieramenti, e della scarsa o nulla credibilità della loro proposta politica. La giunta Iervolino era ai minimi in termini di popolarità e consenso, e tuttavia il centrodestra, che era all’opposizione, non seppe approfittarne: diviso appariva allora, e diviso appare tuttora, e senza troppe atout sul piano nazionale che aiutino a rilanciarne le chance. Il centrosinistra, invece, pensò bene di suicidarsi con le primarie, prima tenute poi annullate, riuscendo così nel capolavoro di trasformare il segno distintivo del neonato partito democratico in un marchio di infamia. De Magistris, insomma, scassò tutto, ma centrodestra e centrosinistra si erano già scassati abbastanza da soli.

Da allora sono passati tre anni: un tempo sufficiente per avviare la costruzione di una nuova classe dirigente e riconquistare credibilità. Tanto più che a De Magistris è venuto nel frattempo a mancare qualunque retroterra politico: dove sono l’Italia dei Valori di Di Pietro? Dov’è la rivoluzione civile di Antonio Ingroia? Non ci sono più. Non solo, ma il partito democratico, sul piano nazionale, ha davvero messo un’altra marcia, comunque si giudichi la direzione intrapresa.

Invece a Napoli il Pd si è dato appuntamento in fonderia. Ora, può anche darsi che dall’iniziativa di Francesco Nicodemo e Pina Picierno  germoglieranno le nuove idee e le nuove energie necessarie per affrontare le prossime sfide: regionali e comunali. Ma qualcosa dovrà pur significare il fatto che, nel frattempo, i vecchi dioscuri, Antonio Bassolino e Vincenzo De Luca, hanno rubato loro scena e applausi. De Luca e Bassolino: d’improvviso le lancette dell’orologio sono tornate indietro di parecchi anni. Se però questo accade in un tempo e in un clima in cui, al contrario, chi parte con il vento della  novità – non oso dire con la forza d’urto della rottamazione – parte avvantaggiato, vuol proprio dire che le retoriche messe fin qui in campo non hanno ancora prodotto un discorso coerente, credibile, e una leadership capace di legare i democratici intorno a un progetto condiviso. Del resto, se avessero condotto in città un’opposizione coerente e decisa, oggi avrebbero almeno un orientamento chiaro. E invece non ce l’hanno: navigano a vista. Così, capita di sentire, sotto lo stesso cielo, quelli che: «nessun aiutino a De Magistris», e quelli che: «dobbiamo allargare il campo del centrosinistra»; quelli che: «troviamo un nome che favorisca la transizione» e quelli che: «guai scendere a patti». E ancora, in vista delle regionali, quelli che: «le primarie sono inevitabili», e quelli che: «non è detto affatto che faremo le primarie»; quelli che: «ci vuole un candidato unico, se no ci dividiamo», e quelli che: « con un solo candidato sono primarie finte». Alla fine non gli resta che trincerarsi dietro la retorica del partito plurale, per nascondere il dato reale: il partito democratico non c’è ancora, ci sono vari pezzi ma tutto si può dire meno che si siano fusi insieme.

(Il Mattino, 29 settembre  2014)

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