Le vie del Cristianesimo. Da Paolo all’Europa

copTutti sanno che sulla via di Damasco, Paolo (Saul) cadde da cavallo. Ma negli Atti degli apostoli di cavalli e di cadute da cavallo non si parla affatto: come mai, allora, la caduta di Paolo è diventata addirittura proverbiale? Certo è colpa (o merito) di Caravaggio, che alla conversione di Paolo di Tarso ha dedicato una delle sue tele più straordinarie. Ma il fatto è che l’idea stessa di una conversione, che la caduta di cavallo rappresenta con grande potenza drammatica, è, testi alla mano, perlomeno problematica. Paolo, infatti, non è un cristiano, per la buona ragione che i cristiani, nel suo tempo, ancora non ci sono: ci saranno dopo, proprio sulle orme di Paolo. Paolo, piuttosto, è ebreo, e in quanto ebreo, in quanto fariseo, cioè dall’interno della sua cultura religiosa diventa seguace di Gesù Cristo. Che cosa significa allora per Paolo che non vi sono più ebrei, come non vi sono più greci, non schiavi né liberi, non uomini né donne, «poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù»? Essere cristiani contiene forse una potenza di negazione nei confronti di tutte le identità particolari, di tutte le appartenenze? Dove sono piantate le radici del cristianesimo? E come è possibile, allora, esseri cristiani oggi senza andare oltre l’identità del cristianesimo storico? Credere in Cristo e credere nel cristianesimo sono la stessa cosa o sono due cose diverse?

A queste domande è dedicato il libro di Gérard Rossé e Vincenzo Vitiello, «Paolo e l’Europa. Cristianesimo e filosofia» (Città Nuova, € 22). Il saggio di Rossé contiene un’agile sintesi della ricerca storica ed ermeneutica intorno alla figura storica di Paolo, alla sua critica della Legge biblica e alla sua opera decisiva: la fondazione dell’universalismo cristiano poggiata sulla nuova roccia della fede nel Crocifisso, morto e resuscitato per tutti gli uomini. Ma è nel saggio di Vitiello che sono affacciate le domande più radicali, che investono il senso stesso dell’esperienza cristiana. Vitiello ha dedicato buona parte delle riflessioni degli ultimi vent’anni al tema del cristianesimo e del suo destino. E il tema del destino del cristianesimo si intreccia con quello del destino dell’Europa, visto che l’Europa è, in tutto e per tutto, una creazione cristiana. Se però è vero che essere europei significa non potersi non dire cristiani, non è vero il contrario: essere cristiani non vuol dire essere europei. Di qui la questione posta dalla filosofa spagnola Maria Zambrano, che da alcuni anni Vincenzo Vitiello riprende e rilancia con ossessione: «ciò che l’Europa ha realizzato non è stato il Cristianesimo, bensì, tutt’al più, una sua versione del Cristianesimo. Ne è dunque possibile un’altra, che sia anch’essa europea e, soprattutto, che sia Cristianesimo?».

Non  a caso, il saggio di Vitiello comincia da una data, segnata non sul calendario religioso ma su quello politico e militare della storia del mondo: il 1945, l’anno zero della storia europea. Se si appende a quella data la storia dell’intera civiltà occidentale, si comprende perché l’interpretazione tradizionale di Paolo non soddisfi più la ricerca filosofica di Vitiello. Quell’interpretazione si è infatti tradotta in una concezione «ottimistica» del tempo storico, e in un robusto plesso filosofico-teologico, a cui si è affidato interamente l’universalismo cristiano. Il suo culmine è in Hegel, nel cristianesimo filosofico di Hegel, nel «Dio con noi>, cioè nell’incontro dell’eterno col tempo, con la storia, con la comunità, in cui si realizza compiutamente l’umanità dell’uomo. Nella catastrofe del ‘900, è allora, la sua smentita più radicale.

Proprio però nel centro di questa catastrofe, se non grazie ad essa, diviene possibile fare nuovamente esperienza di un tratto fondamentale del cristianesimo paolino, del cristianesimo delle origini. Lo storico delle religioni Jonathan Z. Smith ha distinto due tipi di religioni nel mondo tardo antico: le religioni del «qui», cioè della casa, dello spazio domestico, delle divinità familiari, e le religioni del «là», cioè del tempio, del santuario pubblico, della città. Al tramonto di quel mondo compaiono però nuove forme di religiosità, che negano tanto il «qui», quanto il «»: sono le religioni dell’«ovunque» («anywhere») per le quali Dio può essere incontrato in ogni luogo: non in un luogo determinato, privato o pubblico che sia. Ebbene, Paolo sarebbe il testimone di una religione per la quale il culto verso Dio può essere esercitato ormai in qualsiasi luogo.

In qualsiasi luogo come, forse, anche in nessun luogo. Dunque: in una radicale «insecuritas». Per Vitiello è questa: l’incertezza, l’insicurezza, la parola chiave dell’esperienza religiosa cristiana, della sua fede e della sua speranza. Speranza vi è davvero solo là, dove non è possibile vedere, o sapere. Nessun orgoglio cristiano, dunque, come nessun orgoglio di noi, buoni europei: non solo la nostra esistenza individuale, ma anche il nostro destino storico rimane così sospeso e affidato al mistero. La Rivelazione cristiana può offrire, dice in ultimo Vitiello, non il suo svelamento, o addirittura la chiave della sua decifrazione, ma solo la sua intima custodia.

(Il Mattino, 19 ottobre 2014)

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