I democrat e le primarie

ImmE così la direzione del partito democratico slitta: slitta la data delle primarie, slitta e svicola dalle difficoltà del suo partito il vicesegretario nazionale Guerini, in trasferta al Sud, e per la verità tutto il Pd campano sembra lentamente ma inesorabilmente slittare. Verso quale deriva non è dato sapere.

Quel che è certo, è che fissare la data delle primarie a gennaio – come pare sia intenzione dell’attuale dirigenza del Pd – significa che non si sa più quali pesci prendere. Perché la sfida delle regionali è prevista per la prossima primavera: spostare in là, il più in là possibile la scelta dello sfidante di Stefano Caldoro significa concedere al governatore uscente un bel vantaggio. E, certo, significa anche provare a indebolire le candidature che si sono già profilate. In ordine di apparizione: Angelica Saggese, Vincenzo De Luca, Andrea Cozzolino. Ora, a parte la prima candidatura, che obiettivamente è debole di suo, le altre due appaiono le uniche candidature forti di cui attualmente il Pd disponga. Quindi, se la logica non è un’opinione, nel Pd stanno giocando a indebolire le sole candidature forti a loro disposizione.

La prima questione che questa sopraffina strategia della lentezza e del rinvio solleva è: che razza di gioco è questo? Il partito democratico è nato con la mistica delle primarie. Si è inventato persino delle improbabili parlamentarie, strette fra Natale e Capodanno, pur di mantenere fermo il principio che bisogna dare agli elettori possibilità di esprimersi anche sulle candidature. E tuttavia le primarie non sono ancora diventate uno strumento fisiologico della vita del partito, visto che ogni volta vengono in discussione non i candidati ma le regole, le firme, i tempi, le date. (E magari, dopo la competizione, i garanti e i probiviri, i ricorsi e le commissioni di garanzia). Così l’annuncio delle primarie è come l’apertura di una ferita, che poi nessuno riesce a chiudere. Rimane aperta, comincia a fare infezione, diventa una piaga. È successo, e forse rischia di succedere daccapo. Per insipienza, difetto di coraggio o eccesso di tatticismo, ma il rischio c’è. Se tenessero a vincere, i democrats la farebbero finita lì: annuncerebbero tempo e luogo, una stretta di mano e via: aprirebbero la sfida. Invece nicchiano, tergiversano, rimandano a data da destinarsi. «Perché è scomparso il piacere della lentezza?», si domandava in un suo romanzo Milan Kundera. Non è scomparso: ha preso casa nel Pd.

La seconda questione è, se possibile, ancora più preoccupante della prima. È evidente che tutta questa manfrina non si farebbe se i candidati in campo raccogliessero unanime soddisfazione, e soprattutto se gli insoddisfatti avessero il coraggio della competizione in campo aperto. Ma così non è; di qui le vie traverse e i tatticismi. Il fatto è che però il loro dispiegamento comporta l’impiego di retoriche ed argomentazioni esiziali per il partito democratico. La prima è la storia del vecchio e del nuovo; la seconda è la storia della buona società civile contrapposta alla cattiva società politica. De Luca e Cozzolino sarebbero il vecchio, il Godot che i democratici aspettano sarebbe invece griffato di nuovo. Oppure De Luca e Cozzolino sarebbero politici di professione; il terzo nome che ci vuole deve essere invece un esponente della società civile. Cosa c’è che non va in questi ragionamenti? Nulla: se non fosse che vanno all’incontrario. E cioè: non deve essere il futuro candidato che toglie le castagne al Pd dal fuoco sbaragliando il campo, ma si leva di mezzo il campo, cioè le primarie, per evitare che il futuro candidato finisca lui con l’essere sbaragliato.

È il solito, funesto errore che i dirigenti campani del Pd vanno ripetendo sin dal primo giorno dopo la sconfitta, in Regione e in città: illudersi che i (necessari, per carità!) processi di rinnovamento possano prodursi altrove che nel fuoco della lotta politica. Illudersi che «nuovo» sia la qualità di una persona, e non piuttosto di una politica. Illudersi, e rassegnarsi. Sperando magari che da Roma qualcuno tolga la città e la Regione dai guai. Ma non andrà così: non a Palazzo Santa Lucia, e neppure a Palazzo San Giacomo. Caldoro, invece, le sue battaglie nel centrodestra le ha fatte: nel Pd, a quanto pare, è dai tempi di Bassolino che non si trova chi le voglia fare davvero.

(Il Mattino – Napoli, 20 ottobre 2014)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...