Le grida per nascondere il declino

ImmagineSiamo sempre là: tra i Cinque Stelle si leva qualche voce di dissenso, un principio di critica, una richiesta di discussione, e Beppe Grillo risponde con le espulsioni. Questa volta a raffica. Al Circo Massimo era andata in scena l’occupazione del palco da parte di quattro attivisti del movimento, con tanto di striscione e una richiesta di trasparenza nelle procedure e nei metodi usati da Grillo e Casaleggio. Tempo qualche giorno ed è arrivata la risposta che più chiara e netta non si può: i quattro sono stati sbattuti fuori. Con la leggerezza di un twit. Cerchiati di rosso sulla foto e messi senza tanti complimenti alla porta. Qualcuno, commentando sul blog, si affanna ancora a chiedere chi mai abbia preso la decisione, e perché i precedenti provvedimenti di espulsione siano stati votati in rete mentre questa volta si è proceduto per direttissima, senza neppure il paravento del voto online. Ma per dirla col sommo poeta: vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare. Quelli tra i pentastellati che faticano ancora ad allinearsi e continuano invece a «dimandare», tra imbarazzo e sconcerto, come se ci fossero ancora dubbi su «chi puote» –  cioè Grillo –, e su quel che vuole – cioè non rispondere a nessuno di ciò che decide – fanno quasi tenerezza. Ma si adegueranno.

Due ordini di considerazioni possono essere proposti a questo punto. Il primo riguarda le difficoltà politiche del movimento. Che sono evidenti, e per la verità pesano dal giorno in cui i grillini sono entrati nelle istituzioni. Del tutto impreparati alla dialettica parlamentare: non (o non solo) per limiti di esperienza o di competenza, ma perché ideologicamente avversi alle forme della mediazione politica. Ve lo vedete un grillino fare la battaglia su un emendamento? Scendere a compromessi, contrattare su una nomina, accettare la logica del «do ut des» e soprattutto rivendicarla? Per un grillino che prova a farlo (qualche volenteroso in realtà c’è), ci saranno almeno dieci utenti della Rete che si indigneranno: da quella parte la strada dunque è preclusa. Però intanto in Parlamento i grillini ci stanno, e da quando Renzi è al governo devono prepararsi a starci a lungo, visto che la legislatura non accenna a finire. I numeri con cui i Cinque Stelle sono entrati in Parlamento facevano sperare loro di riuscire a paralizzarne l’azione. Ma non sta andando così, e dinanzi alla pretesa, gridata in piazza dal giorno del Vaffa Day fino alla festa del Circo Massimo, di fare tabula rasa dei partiti, delle Camere, della stampa, dell’Europa, della casta e di tutto, nessun lavoro in commissione o tra i banchi di Montecitorio può reggere il confronto. Immancabilmente arriva dunque l’ordine di serrare i ranghi e sperare –  che so –  nelle alluvioni o in una nuova ondata di inchieste giudiziarie, ma di fare politica proprio non se ne parla. I grillini non hanno alle spalle una cultura che consenta loro di dialogare con le altre forze parlamentari. Alla spicciolata alcuni fra di essi possono stufarsi dei proclami di Grillo, o Grillo stufarsi di alcuni di loro, ed espellerli, ma, per ora almeno, non sembra proprio che il Movimento sia fatto per un cambio di strategia diverso da una pura e semplice radicalizzazione dello scontro. Anche la parte più ragionante del movimento, che pare faccio capo al vice presidente della Camera, Luigi Di Maio, edifica su un terreno che Grillo impiega due secondi a far franare. Due secondi o un post sul suo sito.

Il secondo ordine di considerazioni riguarda il rapporto fra il movimento e la Rete, perché ci sono quelli che dicono che, tutt’al contrario, grazie alla Rete il movimento attinge una qualità democratica persino superiore a quella che si esprime nella forma della rappresentazione parlamentare. In rete e sul blog (di Grillo) ognuno vale uno. È chiaro però che se vali uno vali niente, e ci vuole un attimo per metterti alla porta. La democrazia diretta si sposa egregiamente con l’espulsione diritta e filata.

Ma sull’equivoco del preteso iperdemocraticismo del movimento ha scritto parole temo definitive uno dei più interessanti studiosi del web, Evgeny Morozov, che alla domanda sulla cultura di internet e sul suo ruolo nei processi politici italiani ha così risposto:

«Ovviamente, Grillo e i suoi luogotenenti non vogliono essere visti come un partito marginale, con programmi ambigui: i paragoni storici, purtroppo, non giocano in loro favore e incuterebbero paura. Così preferiscono giocare la carta di Internet e pretendere di essere solo la naturale e inevitabile conseguenza dell’era di Internet. Ma io penso che tutto questo parlare di ‘era’ –  lo Zeitgeist e lo spirito di internet –  sia in gran parte privo di senso».

Il senso infatti è un altro, e gli scomodi paragoni storici tornano inevitabilmente a mente ogni qual volta Beppe Grillo trova nuovi motivi per espellere qualcuno. E anche se non ne trova.

(Il Mattino, 21 ottobre 2014)

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