Il sindacato affronti la sfida della modernità

ImmagineE adesso che strada prenderà la CGIL? La manifestazione di ieri è un robusto invito al governo a tornare sui propri passi e a rimettere mano al Jobs Act. Ma il governo tirerà dritto, e a quel punto la domanda rimbalzerà all’indietro, di nuovo sulle spalle del maggior sindacato italiano. Renzi, infatti, ha già deciso: cosa deciderà Susanna Camusso? Dal palco di San Giovanni il segretario della CGIL (questa volta sostenuta da Landini) ha detto chiaro e tondo che il sindacato andrà avanti, e non esiterà a proclamare lo sciopero generale. Ma non è questa la decisione fondamentale che il sindacato deve prendere. Perché la grande mobilitazione a di ieri si è raccolta intorno alla riforma dell’articolo 18, peraltro già modificato dalla Fornero all’epoca del governo Monti (senza analoghe manifestazioni di piazza). Si è avuta cioè su un punto che mette ormai in discussione il ruolo del sindacato, la sua rappresentanza e il suo potere nell’ambito delle relazioni industriali, prima e più ancora che la condizione dei lavoratori, che è ormai articolata in una pluralità di figure, sempre più lontane da quella normativa, e sempre più interessate ad altre forme di garanzia. Si comprende così perché Renzi sia tanto determinato nel mantenere il punto, senza recedere di un passo e nonostante la grande piazza di ieri. Il fatto che, d’altro canto, non vi siano leader capaci di rilanciare sul piano politico le ragioni di ieri non è per niente una congiuntura sfortunata, o una semplice iattura: è, invece, una conseguenza del restringersi, in termini di fiducia e di rappresentatività nei luoghi di lavoro, dello spazio del sindacato. Che può dunque portare in piazza i suoi, e portarli tutti, ma non convincere gli altri.

Si tratta d’altra parte di un fenomeno che investe tutti i corpi intermedi della società, compresi naturalmente i partiti: Renzi lo sa e ne approfitta. È legittimo anzi il sospetto che, al di là del contenuto economico, i provvedimenti che va annunciando sugli ottanta euro – da ultimo alle mamme e ai bebè – siano decisi e sostenuti anche simbolicamente per il fatto che non richiedono, per essere esigiti, la mediazione rappresentativa di un soggetto politico o sindacale.

Ora, se la piramide sociale del fordismo è franata – e con essa anche le figure e i contenitori tradizionali in cui si componeva la società: il partito, il sindacato, la classe – sta al governo dimostrare che è capace di tenere unito il paese puntando sullo sviluppo (e non sulla competizione al ribasso via dequalificazione del mondo del lavoro, come suona l’accusa), ma ai sindacati sta di assolvere un compito ancor più impegnativo, e cioè di parlare anzitutto della moltitudine di precari costretti nella selva delle mille differenti tipologie contrattuali, di tutti quelli che non solo non hanno un lavoro stabile, ma neppure più lo cercano, della piaga del lavoro nero, del mondo sempre più vasto dell’immigrazione, delle sempre più estese sacche di marginalità sociale ed economica.  L’art. 18 non può fare da paravento a tutto questo.

Il fatto è che la CGIL sta di fronte ad un bivio classico, più volte presentatosi nella storia del movimento operaio, non solo nazionale. Lo si può formulare così: non c’è legge inderogabile, non c’è forza di contrattazione collettiva, non c’è rappresentanza sindacale che possa dare al lavoratore di più di quanto può dargli un posto di lavoro, in termini di tutela della sua dignità, della sua forza e della sua capacità di far valere i propri diritti ed essere presente nella società. È un dilemma (e uno scambio) che il sindacato ha sempre cercato di respingere come falso, così come ha sempre dovuto respingere l’idea che si possa compromettere la dignità del lavoro in cambio di buste paghe più sostanziose, o di più occupazione. Ma il fatto è che senza una prospettiva autenticamente riformista, e innovativa, rifiutare quello scambio somiglia sempre di più ad una mera difesa corporativa dei propri ranghi sempre più serrati ma sempre meno fitti.

Di fronte all’accusa, rivolta alla sinistra europea, di essere ormai una forza conservatrice, Tony Judt replicava: e perché non dovrebbe esser così, quando si ha la sensazione che diritti vengono sottratti? C’è un punto di verità in queste parole. Ma la conservazione finirà con l’apparire residuale, e infine nostalgica e regressiva, se non si saprà unire all’invenzione di nuovi terreni di rivendicazione e di emancipazione. La piazza di ieri, allegra colorata e rumorosa il giusto ma tutta raccolta intorno alla difesa dell’articolo 18 e a una evidente esigenza di autorassicurazione, non sembra pronta a muoversi su nuovi terreni di sfida.

Certo, nessun paese moderno libero e democratico può vivere senza sindacati. È sperabile che anche Renzi lo creda. Ma non bisogna dimenticare che è vero anche il contrario: nessun sindacato può vivere, se non in un paese capace davvero di stare nella modernità.

(Il Mattino, 26 ottobre 2014)

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