Se la casa dei partiti è senza fondamenta

img1024-700_dettaglio2_I-festeggiamenti-di-De-Magistris-insieme-ai-suoi-collaboratoriCome se nulla fosse. È una scelta: si può fare come se nulla fosse. Condanna, sospensione, ricorso, reintegro. Si può fare come se la breve vacanza sulla poltrona di primo cittadino nulla o quasi avesse cambiato del corso politico della città, non solo del destino personale di Luigi De Magistris. Il quale è tornato a fare il sindaco, ed ha ritrovato la sua maggioranza. Non quella con cui fu eletto, per la verità: quella non c’è più da un pezzo, né ci sarà in futuro; ma quella, ridefinita dal continuo comporsi e ricomporsi delle aggregazioni in seno al consiglio comunale, che tuttavia supera la fatidica soglia dei 25 consiglieri e tiene in piedi la baracca. Questa minestra passa il convento, e non è additando al pubblico ludibrio i singoli consiglieri che si cambierà la pietanza. Che poi De Magistris, per arruolare qualche soldato di complemento, si sposti ulteriormente a sinistra, provando persino a capitalizzare politicamente l’esperienza del «sindaco di strada», ci sta: fa parte del gioco, e De Magistris – lo si è capito da tempo – intende giocarlo sino in fondo.

Ma non possono fare come se nulla fosse né il centrodestra né il partito democratico. Una lezione dovranno pur trarla. Certo: né gli uni né gli altri avevano i numeri per sfiduciare De Magistris. Benissimo. Ma la domanda è allora: che cosa, invece, avevano e che cosa hanno? Il centrodestra ha il presidente della regione, Stefano Caldoro. Basta? No, a quanto pare non basta. Non basta per contare su una leadership da tutti riconosciuta, non basta a modificare gli equilibri politici in città e non basta neppure a compattare il centrodestra. È ragionevole ritenere anzi che a Caldoro non convenisse neppure che le cose precipitassero verso le elezioni, perché far votare insieme Comune e Regione non l’avrebbe certo aiutato. Mentre un De Magistris in sella può comunque togliere al Pd un po’ di voti a sinistra. Il calcolo ci sta, la prospettiva politica un po’ meno.

E il partito democratico, invece, cos’ha? Ha Renzi a Palazzo Chigi, d’accordo: ma a sud di Roma le tracce di Renzi si perdono subito. È successo così che, nel fuoco della crisi, a Napoli venisse addirittura, con l’aria del plenipotenziario, il vicesegretario nazionale, Lorenzo Guerini. E cosa ha fatto Guerini, in visita guidata in città? Ha detto, ridetto e fatto capire che la sindacatura di De Magistris volgeva al termine. Dopodiché se n’è tornato a Roma, e De Magistris è tornato a Palazzo San Giacomo. Allora delle due l’una: o Guerini non aveva contezza della situazione napoletana, oppure si faceva parecchie illusioni. Nel primo caso, qualcuno gli ha venduto fumo; nel secondo è stato lui a venderlo. Perché i consiglieri comunali del Pd erano quattro prima della venuta di Guerini, e quattro sono rimasti dopo: su cosa dunque confidava il vicesegretario? Evidentemente, sulla capacità di raccogliere adesioni intorno a un progetto politico credibile per il dopo De Magistris. Se le adesioni non ci sono state c’è poco da fare: vuol dire che quel progetto non c’è, o non è credibile.

Ma in realtà il progetto, così come la credibilità, non è cosa che si improvvisa. Richiede tempo, tenacia, competenza, autorevolezza. Le interviste vengono dopo. Capita così che il centrosinistra peschi il jolly della sospensione del sindaco, ma scopra di non avere altre carte in mano: non un gruppo dirigente coeso, non un’idea di città, non il merito di aver condotto un’opposizione chiara e senza sconti che, al dunque, possa approfittare delle palesi difficoltà della maggioranza.

Ma, in fin dei conti, di cosa ci si deve meravigliare? Cosa è stata, infatti, la rivoluzione arancione? La più plateale dimostrazione della difficoltà del sistema dei partiti, a Napoli certificata dalla giunta De Magistris ancor prima che tracimasse, sul piano nazionale, l’ondata grillina. Solo che mentre a Roma qualcuno prova a mettere argini, a Napoli non sembra affatto che i lavori siano cominciati, e la costruzione dell’alveo naturale in cui possono confrontarsi opzioni politiche e leadership alternative di centrodestra e di centrosinistra è rimandata, purtroppo, a data da destinarsi.

(Il Mattino, 2 novembre 2014)

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