La dolce morte non è una performance

occhio_telecameraSi può morire in molti modi. Si può anche scegliere di morire in molti modi. Avuta notizia di un cancro al cervello in fase avanzata, e saputo che le restavano pochi mesi di vita, Brittany Maynard, di anni 29, ha scelto di morire. Ha stabilito una data, ha reso pubblica la data, ha veduto insieme col marito il Grand Canyon, suo ultimo desiderio, e dopo un breve ripensamento di pochi giorni, si è tolta la vita, prima che il cancro distruggesse quel che le restava da vivere. Prima di soffrire troppo.

L’aspetto legale della vicenda è ovviamente legato all’assistenza prestata a termine di legge nello Stato dell’Oregon, dove il suicidio assistito è consentito, e dove il caso di Brittany è dunque solo uno fra molti. Ma la vicenda non avrebbe raggiunto l’opinione pubblica se fra la possibilità offerta dalle leggi dello Stato dell’Oregon e la decisione di Brittany, fra il diritto e la vita (ma anche fra i momenti più provati di una persona e la sua condivisione «social») non corresse una distanza che è impossibile colmare. La morale, la politica e il diritto si attorcigliano intorno al nodo: come bilanciare le determinazioni dell’individuo, la sua libertà e autonomia, con la responsabilità e l’interesse della società, che non può rimanere indifferente – se e finché è una società umana – al modo in cui i suoi membri muoiono. Ma in qualunque modo il nodo fosse sciolto, non sarebbe nel perimetro della legge che troverebbe soluzione il problema del significato che ha la morte per l’uomo. Quel significato, infatti, come del resto ogni significato, ogni parola, ogni concetto  non è affatto nella disponibilità di ciascuno, per quanto possa essere ampliato il perimetro della legge, fino a comprendervi anche il gesto di Brittany. In ogni caso, quel gesto non può rimane ristretto entro i confini dello Stato dell’Oregon.

I momenti fondamentali della vita – la nascita come la morte – sono circondati da millenni da riti, pratiche e credenze di tipo religioso: la cosa non avviene per puro caso, o peggio per una resistenza ostinata e irragionevole all’avanzare del progresso e dei lumi, ma perché la costruzione del senso umano di una vita richiede qualcosa di più di un impegno meramente individuale. Non stupisce perciò che quel che fa più impressione, nella storia di Brittany Maynard, è la pubblicità che l’ha investita, e che Brittany stessa, peraltro, ha voluto. L’abbia voluta o no per far avanzare la coscienza del problema dei malati terminali e dei loro diritti, resta il fatto che per la prima volta – sia detto con il più assoluto rispetto per un destino tragico, per il dolore dei suoi familiari e per la sua stessa sofferenza, che è stata grande e intollerabile – per la prima volta la morte è stata, ha avuto il senso di una performance. Anche in passato la morte ha potuto essere e anzi spesso è stata una prova, e un mettersi alla prova. Ma nella performance c’è insieme il senso di una prestazione estrema, spinta fino al limite delle proprie possibilità, e quello di una teatralità, di una spettacolarità che richiede necessariamente un pubblico. Un pubblico online, questa volta.

Ora c’è un ambito che negli ultimi anni ha messo al centro la struttura della performance. Questo ambito è l’arte, ed è utile rifletterci su. Nel mondo dell’arte  il corpo, il gesto dell’artista, la sua azione, che un tempo rimanevano del tutto fuori dell’opera – l’opera era il quadro, oppure la statua – sono divenuti invece il mezzo e insieme il fine stesso della produzione artistica. Perché questo accade? Si possono indicare probabilmente più ragioni, ma tutte sono in qualche modo legate alla fine del canone estetico dell’Occidente. In una parola: non si dipinge più secondo il bene e il bello. Non c’è più un ideale a cui avvicinarsi, rispetto a cui riuscire o fallire. Lasciato dunque a se stesso, e senza una cornice di senso per ciò che fa, all’artista non rimane che mettere alla prova (prova estrema, senza limiti assegnabili) non altri che se stesso.

Ormai, la medesima cosa accade nei riguardi del morire. È giusto naturalmente che il legislatore cerchi la misura, insegua il problema morale, si interroghi circa il modo di non perdere definitivamente di vista il destino dell’uomo. Ma è un inseguimento su un terreno sul quale non può più riuscire, avendo rinunciato ad ogni fondazione religiosa e non avendo altra legittimazione, in sede politica, che quella individuale, a cui però non appartiene, non può appartenere qualcosa come un senso. Perciò, non essendovi più una regola della buona morte, e nemmeno qualche banale istruzione naturale, «sul campo», come diceva Montaigne, sarà sempre più frequente che nuove performance, nuovi record vengano stabiliti. Morire in santa pace sarà sempre più difficile.

(Il Mattino, 5 novembre  2014)

3 risposte a “La dolce morte non è una performance

  1. “La morale, la politica e il diritto si attorcigliano intorno al nodo: come bilanciare le determinazioni dell’individuo, la sua libertà e autonomia, con la responsabilità e l’interesse della società, che non può rimanere indifferente – se e finché è una società umana – al modo in cui i suoi membri muoiono. ”

    No davvero, sono a posto così, non mi offendo se la società se ne sta indifferente. Se abbiamo bisogno chiamiamo noi.

  2. Vedo qui all’opera la spinta verso il Centro, che caratterizza in modo particolare le nostre società “videosocialmediatizzate”. Ogni membro dell’immensa periferia sociale avverte il diritto di accedere al Centro (occupato di fatto da pochi, ai quali il singolo soggetto però, a differenza di quel che accadeva in altre società, non riconosce una superiorità essenziale su di sé). Il Centro agli occhi della periferia è la TV. Accedervi in qualsiasi modo, anche con la scena della propria morte, è l’imperativo primario…

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