Il «gomorrismo» che fa male a Saviano

saviano-23Che cosa vuol dire condannare o assolvere l’avvocato dei Casalesi, per le minacce portate contro Roberto Saviano e Rosaria Capacchione? Qualunque cosa voglia dire in termini processuali, questi termini sono di gran lunga sopravanzati dal significato che la sentenza prende su un altro piano: quello mediatico. A che serve, infatti, una sentenza che manda assolti Bidognetti e Iovine, e condanna il loro difensore? A nulla: non a Saviano né a tutti noi. Una minaccia che non viene dai due capi camorra non è più la stessa minaccia. Ma in verità l’esito processuale conta fino a un certo punto, e al limite non conta affatto.

Meglio non essere fraintesi: per il loro lavoro, Roberto Saviano e Rosaria Capacchione si sono esposti davvero, con coraggio, pubblicamente, rischiando l’incolumità personale. E conducendo dopo di allora una difficile vita sotto scorta. Non si può usare strumentalmente il paradosso della sentenza di ieri, in attesa dei prossimi gradi di giudizio, per diminuire la serietà e la gravità dei pericoli corsi. Così come non si può diminuire l’importanza delle loro inchieste, delle loro denunce, della loro attività di scrittura. Alla camorra hanno dato fastidio, molto fastidio. E continuano a darne.

Ma nella costruzione del «gomorrismo», di una gonfia mitologia dell’inferno e dell’indignazione, quel che rileva sono i personaggi e la storia e una certa maniera di raccontarli. La narrazione civile è un tema importante della storia pubblica di un Paese: non è affatto indifferente che cosa si racconta e come. Il grande merito di Roberto Saviano è stato quello di puntare una luce viva sulle attività dei Casalesi, che prima del suo libro erano a mala pena conosciute, o non conosciute affatto. Per questo, Saviano paga tuttora un prezzo personale molto alto.

Ma un conto sono i fatti di Gomorra, un conto è l’assegnazione delle parti che il sensazionalismo mediatico, accompagnato dall’eccezionalismo giudiziario, produce. Quanto al il primo passi, ma il secondo non è affatto indolore che si affermi, almeno per la civiltà giuridica di un paese. Ora, «Repubblica» ha spiegato ai suoi lettori che il processo Spartacus 2, di sei anni fa, fu «rovesciato dai camorristi in un vero e proprio processo contro la parola: la parola dello scrittore, la parola del giornalismo». Ovviamente non fu affatto così: non solo nessun camorrista può condurre processi «veri e propri», ma soprattutto – come Saviano stesso non si è stancato di spiegare – tutto avrebbero voluto i boss meno che metter su un processo contro la parola. Non è certo così che si mette a tacere qualcuno. Questo è invece quello che si è voluto fare dopo, ossia la produzione del mito: è insomma il racconto di «Repubblica», la rappresentazione che ci viene restituita sui giornali, e che necessariamente – perché si stagli limpida e netta e senza sfumature – finisce col mettere da parte qualunque valutazione di fattispecie giuridiche, strategie difensive, condotte processuali. Se si sta dalla parte giusta, il resto sono chiacchiere, cavillazioni, sofisticherie. Il resto è del demonio, e sta dalla parte sbagliata del Paese. E ovviamente la parte giusta ha questa infallibile caratteristica: che presume sempre di essere tale, senza incertezze.

Provate allora a entrare in uno studio forense, e a chiedere, a cercare in punta di diritto di raccapezzarvi intorno alla sentenza di ieri, anche solo per fare dell’accademia, per formulare qualche ipotesi di scuola: il «gomorrismo» non vi costringerà a supporre in tutto ciò un indebolimento della vostra coscienza morale, uno spirito da Azzeccagarbugli? Dopo tutto, l’avvocato che è stato condannato non è accusato, in altro processo, di associazione a delinquere? Non è a tutti chiaro come stanno le cose? E se in appello andranno tutti assolti, chi avrà il coraggio di dire che forse era sbagliato il processo, e tanto più era sbagliato, condotto male, fondato su presupposti anomali, quanto più si ha la certezza morale che i boss sono colpevoli, e con loro pure l’avvocato?

Se fosse tutto chiaro non vi sarebbe nemmeno bisogno dei processi. Succede però, che siccome si devono pur celebrare, li si piega e li si tira là, dove il «gomorrismo» li ha già sbrigati. Ma se c’è un’idea che occorre conservare del diritto, è che è diritto, e non si deve piegare. Nemmeno alla migliore delle buone coscienze, O al più sensazionale dei titoli.

(Il Mattino, 12 novembre 2014)

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