Memoria e futuro, ma chi li ha visti?

114499239_KjTQxE_1416316367Il Forum delle Culture di Napoli è ormai vicino al bilancio. E si vorrebbe pure vedere: siamo a fine 2014, porta l’anno del 2013, forse avrà comunque una coda nel 2015. Ma i numeri, impietosi, sono già in larga parte disponibili, e questo giornale li ha fatti ieri: poco pubblico, poco o pochissimo indotto, poca o pochissima comunicazione, poca o pochissima promozione dell’immagine della città e del territorio, pochi eventi degni di questo nome, nessun risultato duraturo. A fronte di una spesa di sedici milioni di euro – di cui dieci per la città di Napoli – solo quattrocentomila spettatori (secondo i calcoli di Comune e Regione). Un esito lontanissimo dalle aspettative. Forse però era sbagliato nutrirne, di aspettative. Lo ha detto anche Claudio De Magistris, fratello nonché consulente del sindaco: attese troppo grandi, risultato mediocre. Ma non basta una dichiarazione sconsolata per evitare che il nome della città sia legato ad un fallimento per certi versi persino imbarazzante. Per chi pensava che Napoli avrebbe cambiato volto, che si sarebbe proposta come una capitale mondiale, che avrebbe colto l’occasione per piantare le proprie millenarie radici nel futuro, che avrebbe favorito una rinascita grande di fervore culturale, iniziative, progetti – per chi l’aveva vissuta o pensata così, questa fine malinconica e rassegnata rischia di essere una dichiarazione di resa: l’ammissione che la dimensione universale del Forum, e la portata di una manifestazione così ambiziosa, non può essere assicurata da una città troppo impegnata in beghe locali, troppo chiusa in piccole o grandi conventicole, assolutamente impreparata a fornire il primo e fondamentale requisito per gestire simili occasioni: tenere tutto insieme, stringere tutto in un unico disegno, in un progetto coerente, condiviso e credibile. Senza avere pretesa alcuna di fornire una definizione che metta tutti d’accordo su cosa sia cultura, visto però che di un Forum delle culture si è trattato, voglio provare a suggerire due maniere di caratterizzare l’oggetto mancato di questa kermesse. Fare cultura – così almeno dicono gli antropologi – è intrecciare cesti, compiere quel paziente lavoro di tessitura che consiste nell’attorcigliare fibre, e tenere così insieme il dentro e il fuori, il pieno e il vuoto, l’alto e il basso, gli uomini e gli dèi. Fare cesti, raccogliere, riunire: attività fondamentali da che l’uomo è l’uomo. A Napoli però ormai non riesce più: tutto si slabbra, si sfilaccia, si separa. La storia del Forum – i conflitti di competenza, il cambio di uomini e di amministrazioni, le gelosie e le rivalità, gli strascichi polemici – ne è la più lampante delle dimostrazione. Nulla si tiene insieme, tutto finisce un po’ di qua e un po’ di là, qualcuno va per conto suo, nessuno riesce a tenere le fila e dirigere ma tutti si prendono un pezzetto, accontentano un assessore, si fanno amico un operatore, mettono il cappello da qualche parte. Il senso d’insieme si perde, il Forum delle culture si vanifica. Ma fare cultura significa anche un’altra cosa: lasciare resti. E così fare memoria, e consegnarla ad una storia. Gli animali infatti, non lasciano resti, ricominciano ogni volta daccapo. Solo l’uomo ha oggetti culturali, che sono per l’appunto quel che resta del suo lavoro, e da cui si può ripartire. Si ricomincia almeno da tre, insomma. Ma il Forum delle Culture, purtroppo, di resti, di tracce, ne lascia davvero poche. Non sono sicuro che arrivino a tre. Ed è un peccato grande: in una città che conserva ancora memorie di secoli, aver fatto poco o nulla di memorabile, in grado di sfidare – che so – almeno un decennio. Vengono poi i discorsi sul turismo che doveva essere incrementato e che incrementi, di fatto, non ne ha conosciuti; o sugli ambienti cittadini che avrebbero potuto essere rigenerati e che non lo sono stati, o infine sulla politica che non ha saputo restituire alla città una dimensione consona alla sua tradizione, procurando solo una scia di recriminazioni e il solito palleggio di responsabilità. E una distanza crescente da Roma, e un senso di isolamento – persino, a volte, di sfida – che certo non poteva giovare allo spirito della manifestazione. Ma ormai va così. E uno si scorderebbe pure il passato, e chi ha avuto e chi no, se avesse un futuro da immaginare. Il Forum doveva o almeno poteva servire a questo, ma se ne sta andando pure lui. (Il Mattino, 18 novembre 2014)

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