Un non voto contro le Regioni

Fa un po' freddo ma non preoccuparti, Fabrizio Prevedello

Fa un po’ freddo ma non preoccuparti, Fabrizio Prevedello

In attesa dell’esito del voto, il non voto lascia il segno sulla domenica elettorale. Una rondine non fa primavera, due elezioni regionali non fanno un voto politico generale. Ma intanto le elezioni di ieri dicono con chiarezza che le note squillanti che risuoneranno per i vincitori non spengono la nota scura, scurissima, dell’affluenza, che subisce un crollo verticale. Difficile scambiarlo per un segnale di salute del nostro sistema democratico. Il dato può essere per la verità variamente commentato: a seconda che si guardi agli altri paesi europei, o alla tradizione nazionale. Se si tiene al primo confronto, i dati di partecipazione appaiono deludenti ma non così preoccupanti come possono e devono apparire quando invece si tiene al secondo confronto, che evidenzia una paurosa disaffezione dei cittadini dalla politica. Confrontata infatti con la storia elettorale del paese, l’affluenza di ieri è un dato negativo senza precedenti. Va detto però che su un tracollo così clamoroso incide ovviamente, e molto, la variabile locale: in Emilia Romagna si è andati al voto dopo le dimissioni di Vasco Errani, condannato questa estate in primo grado per falso. A un epilogo così drammatico di un’esperienza amministrativa che, con piccoli cambiamenti e una sostanziale continuità, dura da decenni, si è poi sommata la bufera – prima mediatica che giudiziaria – dei rimborsi spese dei consiglieri regionali, e di giustificativi imbarazzanti per acquisti in nessun modo riconducibili all’attività politica. Succede così che la Calabria può vantarsi di una percentuale di affluenza superiore all’Emilia Romagna, in passato regione leader in termini di civismo e partecipazione: un sorpasso sorprendente, ma ottenuto in discesa, perché l’affluenza cala ovunque. E di parecchi punti percentuali. A non dire, peraltro, che anche l’esperienza calabrese è terminata in maniera traumatica, per effetto di una condanna in primo grado del governatore uscente, Giuseppe Scopelliti. Come meravigliarsi, allora, se le due Regioni esprimono nel non voto il disgusto determinato da finali di partita così ingloriosi, e dall’assenza di una riconoscibile dimensione progettuale o ideale da qualsiasi ipotesi di governo locale? Nelle vicende amministrative di un sistema regionale rimasto finora impermeabile all’esigenza di riforme e cambiamenti profondi, il prerequisito della credibilità non viene soddisfatto da un personale politico grigio, scadente, trasformistico (specie al Sud), che non accende né entusiasmi né passioni. E, nel settimo anno della crisi, viene inevitabile che l’avvitamento del notabilato politico verso una gestione sempre più miope del potere (e del sottopotere clientelare) allontani i cittadini dalle urne. D’altronde, se nello scenario nazionale si percepiscono segnali di cambiamento, è difficile individuarne di altrettanto netti sul piano locale. I probabili vincitori, Stefano Bonaccini in Emilia Romagna e Mario Oliverio in Calabria, entrambi del Pd, non appartengono alla nouvelle vague renziana se non per cooptazioni successive. Se pure dovessero vincere, non si può dire che abbiano finora saputo convincere e motivare il voto. A chiunque vinca, infatti, mancherà comunque la maggioranza assoluta degli aventi diritto. Per il momento, i numeri dell’affluenza certificano questo: la maggioranza reale non c’è, sta da un’altra parte almeno rispetto ai palazzi della politica regionale.

Platone invitava i filosofi a rannicchiarsi sotto un muricciolo, in tempi di bufera. E i filosofi erano per lui quelli che dovevano prendersi cura della cosa pubblica, e finanche governare le città. Quando però non sussistono le condizioni per il buon governo, suggeriva di ritirarsi e aspettare. Ora, il voto di ieri non è stato un voto di attesa: una parte dei cittadini si è effettivamente ritirata dall’esercizio del voto, dando forma alla più ampia defezione dagli istituti della rappresentanza democratica che finora si sia prodotta in Italia. Si può solo sperare, allora, che la classe politica – a cominciare dai nuovi presidenti di Regione – raccolga il segnale e provi finalmente a rialzare il capo. Ma intanto ieri, per la politica italiana, è stata una giornata amara. Da capo chino, e cosparso di cenere.

Una risposta a “Un non voto contro le Regioni

  1. Condivido la tua analisi e le tue preoccupazioni. Solo per il segretario del PD questo è un problema secondario. Allora o è superficiale oppure è in malafede .

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