Blair, l’Europa e il potere buono

Immagine1Non è evidente che possa essere un britannico ad avere le migliore idee sul fondamento dell’unità europea. E non è detto che le idee siano davvero le migliori, se si dice che la ragione, il senso, il perché dell’Europa «non è più la pace, ma il potere». Però se quel britannico è il leader laburista Tony Blair, che è stato a Downing Street per una decina d’anni ed è oggi il rappresentante dell’Unione in Medio Oriente, qualche attenzione converrà prestargliela. Anche perché, siano o no le migliori, le sue idee sono perlomeno chiare.

Sull’Europa Blair ha sempre avuto convinzioni diverse dai principali leader politici d’Oltremanica. Il 23 novembre 2001, poco più di due mesi dopo il crollo delle Torri gemelle, tenne a Birmingham il suo primo grande discorso europeista. In un paese tradizionalmente euroscettico – che non ha aderito all’Euro e ancora oggi discute se rimanere o uscire dall’Unione: una prospettiva, quella dell’uscita, per Blair semplicemente disastrosa – l’allora premier britannico non si limitò a sostenere che il suo paese avrebbe dovuto improntare in termini nuovi il rapporto con l’Europa, ma disse anche, più o meno: prima noi britannici abbiamo sostenuto che l’Unione Europea non si sarebbe fatta, e invece sì è fatta; poi abbiamo detto che certo, l’Unione era fatta, ma così com’era non avrebbe potuto funzionare; infine, quando ha preso a funzionare, che noi inglesi non ne avremmo comunque avuto bisogno. Ogni volta, insomma, siamo rimasti un passo indietro, concluse allora. Ma oggi? Potrebbe dire le stesse cose, oggi? Si può dire che l’Unione europea funziona, se le spinte disgregatrici – dalla Gran Bretagna alla Francia all’Italia – si fanno più forti, se la moneta unica viene percepita come una gabbia soffocante per le economie del continente, invece di essere il mattone principale della costruzione del mercato di beni servizi e persone più vasto del mondo?

Nell’intervista al Corriere di ieri, Blair nomina due cose, che devono tornare a funzionare. La prima è sulla bocca di tutti, anche se non tutti, anzi quasi nessuno la vede allo stesso modo. La prima è, cioè, la crescita: se l’Europa non cresce, è impossibile ridurre il debito. Attenzione: non dice il contrario, non dice quello che finora abbiamo sentito, che cioè se non si riduce il debito, non c’è modo di crescere. Prima la crescita, dunque. E per Blair occorre un intesa politica, anzitutto sul piano degli investimenti pubblici, per rilanciare l’economia, un’intesa sostenuta da un «grande compromesso» fra i principali paesi europei. La capacità di stringere un compromesso è – si potrebbe dire, esagerando un po’ – la miglior prova della superiorità non solo morale e ideale ma politica ed effettuale delle democrazie rispetto ai regimi autocratici. È, però, una prova che bisogna saper dare. Se è vero – come Blair ricorda – che la nascita dell’euro fu anzitutto un fatto politico, per tenere unita l’Europa dopo il crollo del muro di Berlino e la fine del mondo bipolare, è allora la politica europea che deve sostenerne il peso, e imporre quelle correzioni contro cui recalcitrano gli interessi economici nazionali (anzitutto dei paesi forti, Germania in testa).

Ma poi c’è la seconda cosa. Soprattutto la seconda. La comunità europea è nata, ricorda Blair, per una ragione semplice: per mettere la pace fra popoli che per secoli si sono combattuti. Dopo più di un cinquantennio di pace, però, questo cemento non basta più. In verità nemmeno la pace è più cosa ovvia: basti pensare a quel che accade in Ucraina, e all’imbarazzante astensione dei paesi europei all’assemblea generale dell’ONU di pochi giorni fa. Sulla mozione di condanna del nazismo, presentata dalla Russia di Putin, gli europei si sono astenuti per non scontentare i nazionalisti filo-occidentali ucraini. Ma in generale, in tutti gli scenari oggi aperti nel mondo, l’Europa può esserci solo a patto di avere la forza sufficiente. Blair lo sa e lo dice. Perché dunque l’Europa? Per avere forza. Blair risponde con sorprendente schiettezza: l’Unione Europea può trovare la sua missione solo se dà ai popoli europei la forza che occorre loro. E ciò perché la politica è anzitutto un teatro di forze, e nessuna idea ha realtà effettuale se non si sostiene grazie alla forza. In realtà la sinistra, anche la sinistra italiana, lo ha sempre saputo: è stata, anzi, nella schiera comunista più a lungo di quanto lo sia stata sul piano della cultura e delle idee essenzialmente per questa ragione, perché senza il puntello prestato dai paesi del socialismo certe idee non sarebbero mai avanzate. E d’altra parte nessuna egemonia culturale – politica o religiosa –  potrebbe mai stabilirsi grazie alla mera predicazione: non è mai stato così. Questo non significa che la politica stia tutta nel rapporto di forza. Non è eccesso di realismo. Al contrario: se infatti non si fa in modo che gli ideali siano forti, finirà che solo la forza resterà come unico orizzonte ideale da servire. E questo sì che sarebbe un tradimento del sogno europeo.

(Il Mattino, 28 novembre 2014)

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