L’isolamento come strategia

Acquisizione a schermo intero 04122014 130327.bmpIl ritiro della firma e la disdetta degli accordi che il Comune di Napoli aveva raggiunto nello scorso agosto con il governo su Bagnoli sono un fatto di particolare gravità, che accentua l’isolamento istituzionale della città e la condanna ad uno stato di minorità politica. Lì dove riuscivano ad arrivare perfino i sindaci leghisti – quelli che avevano cominciato rifiutando di mettere il ritratto del Presidente della Repubblica nei loro uffici, e che tuttavia con Palazzo Chigi bene o male parlavano  – lì non riesce ad arrivare invece il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Per lui non è possibile osservare alcun patto con il governo. Per lui, non c’è spazio per una normale interlocuzione istituzionale. Per lui, non è possibile mantenere aperto, al di là di divergenze pur profonde, alcun confronto con l’autorità centrale dello Stato, nemmeno nei termini di una dialettica serrata. E il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Graziano Del Rio, non può che prenderne atto: l’incontro in programma ieri viene annullato e il sindaco della terza città d’Italia, denunciando con parole aspre e forti il tradimento di Napoli, spinge in realtà la città sempre più lontano dal tessuto istituzionale del Paese. Con quale costrutto, non importa. Con quale prospettiva, per Bagnoli e per la città intera, non è dato sapere. Intanto, quel che si consuma è un altro strappo, l’ennesimo, e la certezza che ben difficilmente si troverà modo di fare qualche rammendo.

Di tutto ciò, non si può dire che De Magistris non sia perfettamente consapevole. È una partita politica altissima quella che si sta giocando, dichiara, e ha ben chiaro come intende giocarla. Pur indossando la fascia tricolore, ha infatti deciso che per lui e per la sua rivoluzione arancione c’è molto più spazio politico, molto più brodo in cui pescare, se interpreta la parte del sindaco di strada, del sindaco arrabbiato, del sindaco di lotta più che dell’uomo di governo. Se prova cioè a declinare anche da primo cittadino, e al presente, il verbo con cui ha salutato il suo successo elettorale. Non è vero, infatti, che ha scassato: può ancora scassare. Scassare le istituzioni, rompere i patti, disdire gli accordi, negare fiducia alle istituzioni, anche se gli toccherebbe di nutrirla quasi soltanto per il ruolo che riveste. Ma nel clima di crisi e discredito in cui versa l’Italia, il Mezzogiorno e Napoli, gli viene molto più facile rovesciare il tavolo che tenerli in piedi. Quindi: via la firma. Che in questo modo si paghi un prezzo altissimo, che la morte di Sansone con tutti i filistei non dia alla città alcun futuro: questo passa in secondo piano. Intanto, qualcuno ne approfitta per ergersi a Sansone, e trascina nella sua incontenibile furia un popolo intero.

Al solito, si potrebbe obiettare che, dopo tutto, Bagnoli non si è fermata oggi, ma qualche decennio fa. Che i disastri ambientali e sociali non sono responsabilità dell’ultimo sindaco in carica ma di una intera classe dirigente. Che infine l’atteggiamento di questo governo non brilla per spirito di collaborazione. Giusto. Ma De Magistris dovrebbe sapere, e anzi certamente sa, che sono le confuse condizioni politiche della città, i tre anni passati invano della sua sindacatura, l’inaffidabilità della sua amministrazione a spingere il governo a tagliar corto. Il sindaco non può limitarsi a sedere al tavolo per mera presa d’atto: giusto anche questo. Se solo, però, negli anni scorsi si fosse seduto sulla poltrona di sindaco per fare qualcos’altro, di Bagnoli.

Ma ormai sembra saltato, in realtà, un punto preliminare: il piano personale, quello politico e quello istituzionale non coincidono. Guai, anzi, se coincidessero. Guai se la politica si facesse solo sulla base degli interessi e delle prese di posizioni personali; guai se le istituzioni perdessero ogni profilo autonomo dalla lotta politica. E invece, con De Magistris, si assiste a questo spaventoso regresso, per cui l’istituzione diviene ostaggio della politica, e la politica sua volta viene schiacciata sul profilo personale (e la sempre più vicina strategia elettorale) del primo cittadino. A cui interessa radicalizzare lo scontro, e farsi interprete dei sempre più vasti umori anti-politici e anti-istituzionali che attraversano il paese.

Ogni istituzione impone al nostro corpo una serie di modelli e dà alla nostra intelligenza un sapere, una possibilità di previsione e di progetto: così almeno diceva Gilles Deleuze. Nel caso di De Magistris, tuttavia, non sembra proprio che la cosa sia riuscita.

(Il Mattino, 4 dicembre 2014)

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