Quel clima che fa male al Paese

termometro-621x272C’è qualcuno che vuole provare a difendere la politica romana, dopo l’inchiesta «Mondo di mezzo»? Nessuno. Dunque proviamoci. Proviamo non per puro spirito di contraddizione, né tantomeno per minimizzare i fatti finora emersi (ma quanti sono in grado, ad una prima lettura di giornale, di distinguere il rincorrersi delle voci dai fatti veri e propri, e questi ultimi dai fatti penalmente rilevanti?), ma perché è in gioco qualcosa che riguarda il Paese intero, la spina dorsale della sua politica e, se non è troppo dirlo, della sua storia. Si tratta di questo: l’inchiesta condotta dai pm romani ha portato alla luce una fitta trama di illegalità in alcuni settori dell’economia della capitale, che prospera grazie alla corrotta complicità delle burocrazie locali, e investe anche esponenti politici di rilievo, secondo responsabilità che devono essere accertate. È evidente che, posta in termini così asciutti, non vi sarebbe sufficiente materia per una settimana di titoli da prima pagina, o per parlare di mafia capitolina, o per evocare il clima di Mani pulite, secondo l’allarmata testimonianza di Raffaele Cantone, che al Corriere racconta come gli capiti sempre più spesso che la gente lo fermi per strada e gli chieda (o forse gli urli): arrestateli tutti.

Ma si possono arrestare tutti? O anche: siamo sicuri che si devono arrestare tutti? Tutti chi, poi? Tutti i politici in quanto politici? Se parliamo di clima, non v’è dubbio che il clima sia quello, che il solo fatto di appartenere alla classe politica attira oggi sospetti e dicerie. Essere un politico significa rinunciare ad avere una buona reputazione, almeno agli occhi dell’opinione pubblica. Che non salva più nessuno. Ma di nuovo: si può essere arrestati a causa del clima? E, oltre il destino individuale di questo o quell’uomo politico, si può lasciare che l’infrastruttura principale dell’architettura di una società – quella che si raccoglie intorno agli istituti della rappresentanza democratica – venga travolta dal clima? Ma chi o cosa alimenta questo clima? La corruzione, certo. Il malaffare: è indubbio.

Ma al momento il clima lo fanno le intercettazioni che finiscono sui giornali. Per carità: decida il Ministro, decida il Parlamento come e quando intervenire sulla materia, nel rispetto di tutti gli interessi coinvolti. Ma intanto non è forse un fatto che, ancora una volta, sulla base di intercettazioni che finiscono nei verbali di polizia indipendentemente dal loro rilievo investigativo e che vengono sparate come notizie prima e indipendentemente da qualunque accertamento, si travolge un’intera classe politica (e, forse, l’Amministrazione della città)? Non è evidente che chiunque voglia fare esercizio di distinzione fra «Tizio dice che» e «la cosa che Tizio dice» rischia di essere accusato: quando va bene di ipocrisia, quando va male di connivenza, e così messo a tacere?

Eppure, per restituire le dimensioni del fenomeno, è una distinzione essenziale. Ma non è solo una questione di civiltà o di garanzie giuridiche: questo discorso lo si è già fatto tante volte, e finisce ogni volta per tirarsi dietro la solita solfa del garantismo e del giustizialismo, con i soliti equivoci interessati, e alla fine lascia il tempo che trova. I titoli infatti, rimangono gli stessi, e la sacrosanta indignazione pure.

No, la si può mettere anche su un altro piano, visto che sul piano del diritto e delle sue forme non si riesce a fare un passo avanti. No: la domanda più spregiudicata, ma necessaria, è la seguente: conviene? O forse, più precisamente: a chi conviene? A chi conviene questo bagno di sangue, questo lavacro purificatore, questa continua drammatizzazione mediatica e, suo tramite, la messa in stato d’accusa di un’intera classe politica? Al Paese non conviene. È vero: il clima sembra quello di Mani pulite. Ci siamo cioè già passati una volta: abbiamo già fatto il tifo per i magistrati e sperato che finissero tutti in galera ancor prima che venissero processati (perché effettivamente va così, dalle nostre parti). Ma se si vuole trarre un bilancio storico e politico veritiero di quella stagione, credo si possa dire con buona ragione che non è convenuto all’Italia: non solo non ha scalato posizioni nelle classifiche sulla corruzione, ma si è ritrovata in condizioni di minorità politica nel momento in cui, con l’ingresso in Europa, avrebbe avuto bisogno di ben altro peso, e di ben altra statura.

Ma se allora non convenne, è lecito temere che neanche questa volta l’Italia ne uscirà rinfrancata, ma anzi prostrata da questa nuovo, violento attacco febbrile. Certo, le responsabilità della politica sono grandi, ma vanno individuate – se si vuol fare opera di verità – più nell’incapacità di trovare medicine per questa febbre, che nei capi di imputazione che si fa fatica a delineare nel mare di parole riversate sui giornali. Alla fine, la nostra classe dirigente appare così: più che corrotta, imbelle, meschina e poco ambiziosa, e forse proprio per questo più esposta al piccolo cabotaggio del generone romano, dell’amico dell’amico, del favore e dell’arricchimento personale.

(Il Mattino, 9 dicembre 2014)

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