Il diritto e i rischi dell’emergenza

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Le misure prese ieri dal Consiglio dei Ministri rispondono a un intento lodevole: di fronte al dilagare della corruzione, che continua a vedere l’Italia agli ultimi posti nelle classifiche internazionali, e dopo gli ultimi, gravi episodi emersi dal «mondo di mezzo» scoperchiato dalla Procura della Repubblica di Roma, mostrare la massima determinazione nel contrasto del fenomeno. La linea dura significa perciò: pene più severe, tempi di prescrizione più lunghi, aggressione ai patrimoni dei corrotti. Giustamente, il governo ha anche evitato di ricorrere a un decreto in una materia, quella penale, che non lo consente, e ha piuttosto auspicato una corsia preferenziale in Parlamento per il disegno di legge approvato ieri. L’opinione pubblica si attendeva una risposta ferma, e la risposta ferma c’è stata.

Ma sarebbe un’affermazione avventata dire che la corruzione dipende da pene troppo lievi, o dalla possibilità di sottrarsi al giudizio grazie alla prescrizione, o infine dalla speranza di tenersi comunque il malloppo, anche se presi con le mani nel sacco. Il premier ha voluto sottolineare il fatto che con i provvedimenti di ieri è venuta a conclusione una discussione che il Consiglio dei Ministri ha avviato già ad agosto: si tratterebbe quindi di decisioni ben ponderate; ma il timore che ancora una volta si assecondi l’emergenza, un po’ storditi dal clamore degli eventi, è grande.

Perché timore? Perché il diritto penale non ha molto da guadagnare – e anzi ha molto da perdere – da interventi legislativi dettati non dalla logica giuridica, ma quasi dalla necessità politica del momento. Si prenda ad esempio il tema della prescrizione: per il cittadino, è semplicemente intollerabile che un imputato vada assolto per il solo fatto che il processo non ha potuto concludersi in tempo. Eppure, l’istituto della prescrizione resta legato a un principio di civiltà giuridica: non si può rimanere sotto processo per un tempo indefinito. Ma cosa resta del principio, se la prescrizione si allunga o si accorcia a fisarmonica, secondo gli umori dell’opinione pubblica ora più, ora meno allarmata? Stessa preoccupazione va espressa per l’intervento sui patrimoni: si vedrà nel dettaglio, ma per quanto sia moralmente comprensibile l’esigenza di sottrarre il maltolto alle grinfie dei corrotti, resta che affidare la confisca di beni non ad un giudicato, ma ad un’iniziativa della magistratura inquirente, incrina l’idea liberale dell’intangibilità della proprietà, che nel nostro ordinamento viene sacrificata  solo in casi speciali, come quelli legati alla legislazione antimafia. E però non è una buona cosa estendere ancora i casi di eccezione: a furia di eccezioni, non si capisce più cosa rimane di normale nell’ordinamento complessivo. Quanto alle pene, Renzi ha detto nei giorni scorsi che ci sono pochi corrotti in carcere a scontare la pena: troppo pochi. Ora, se in questo modo il premier intende denunciare quello che una volta si diceva essere il carattere di classe della popolazione carceraria, fatta quasi sempre di poveri cristi e quasi mai di alti papaveri e colletti bianchi, ha indubbiamente ragione: i numeri parlano chiaro. Ma se pensa che basti alzare le pene per i corrotti per portarne in carcere di più, si sbaglia, purtroppo. Noi abbiamo infatti ben altri problemi, in questo campo. Ne abbiamo uno con la certezza della pena, e ce l’abbiamo dai tempi di Beccaria, e un altro con la sua sempre meno netta tassatività: troppe volte quello che è reato per l’accusa evapora e si fa sfuggente nelle mani del giudice, a causa della vaghezza con cui sono definite alcune fattispecie di reato, buone per intentare un’azione ma non purtroppo per concluderla. Mettere mano a questi aspetti della pena è di gran lunga più importante che intervenire sulla sua più o meno spiccata severità.

Pur apprezzando allora gli sforzi del governo, che vuole trasmettere giustamente all’opinione pubblica la sensazione che non si intende più guardare da un’altra parte, bisogna tenere viva una preoccupazione: che ancora una volta si confidi solo in una certa forza «declamatoria» del diritto penale, senza intervenire davvero sul tessuto civile del paese: sempre più slabbrato, strappato, inquinato. In quel tessuto c’è il politico corrotto, ma c’è anche il pubblico ufficiale infedele, o il dirigente amministrativo che nessuno smuove dalla sua sedia da decenni. Zone molli e grigie, in cui è difficile entrare, ma in cui davvero, se questo governo vuol fare le riforme, bisognerebbe mettere mano.

(Il Mattino, 13 dicembre 2014)

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