Una sola casa, due sinistre

Acquisizione a schermo intero 15122014 115502.bmpA un certo punto, la foga oratoria di Fassina è sembrata molto vicina al punto di rottura. Stiamo cambiando identità, ha detto allarmato. Poi, rivolgendosi a Renzi, ha quasi gridato: «non ti permetto di fare le caricature di chi non la pensa come te»: è sembrato così di rivivere in salsa democratica il famoso «che fai, mi cacci?», che segnò la frattura definitiva fra Fini e Berlusconi.

Ma rottura non c’è stata, nonostante la distanza che separa la minoranza interna dalle politiche del governo. Renzi ha chiuso l’Assemblea nazionale del Pd, rubricando i toni anche aspri alla voce «discussione», e facendo appello al principio di lealtà. E stop.

Ma le differenze restano. Anzitutto sui temi del lavoro. La sinistra non voleva il Jobs Act: il Parlamento l’ha approvato. La sinistra chiede di tenere conto del sindacato e della piazza. Renzi ribatte che il sindacato è rimasto indietro.

La dialettica è altrettanto tesa sui temi delle riforme elettorali e istituzionali: la sinistra non vuole l’Italicum con i capilista bloccati; il Presidente del Consiglio lo considera non modificabile nei suoi punti essenziali. La sinistra storce il naso di fronte al Senato non elettivo; per Renzi è coerente con il superamento del bicameralismo. Il dialogo sulle riforme con Berlusconi lambisce l’elezione del Presidente della Repubblica; la sinistra non vuole essere tagliata fuori e prepara qualche sgambetto.

Insomma, niente scissioni, ma lo spettro delle due sinistre continua ad aleggiare. E ha nomi diversi a seconda di chi lo agita: per la minoranza, c’è la sinistra vera e quella che ha perso l’anima; per la maggioranza, c’è una sinistra che vuole cambiare e una ormai solo conservatrice. E via continuando.

Ma, dicevamo, il lavoro. La riforma approvata in Parlamento supera di fatto l’articolo 18, prova a dare forme di protezione sociale anche ai precari che finora non ne hanno goduto, tenta con il contratto a tutele crescenti di semplificare l’attuale giungla dei contratti. La minoranza trova insufficiente l’impegno economico sugli ammortizzatori, ma finisce poi col respingere l’impianto stesso della riforma. Non si monetizzano i diritti dei lavoratori, ha detto Cuperlo. Altro che mediazione: l’idea dell’indennizzo economico per i licenziamenti senza giusta causa è respinta in linea di principio. La dialettica parlamentare impone tuttavia la ricerca di un accordo. Vi hanno lavorato soprattutto i Giovani Turchi di Orfini e Orlando, ma il risultato ha lasciato comunque insoddisfatti i Fassina e i Civati. Che, sul piano ideologico e culturale, si trovano sempre dalla parte del sindacato, mentre nella minoranza prevale la critica per un mondo che viene giudicato sempre meno rappresentativo e sempre più corporativo.

Altro terreno di scontro aspro: quello elettorale e istituzionale. Qui pesano le differenze di contenuto, ma conta anche il posizionamento politico. E c’è pure una questione di metodo: per la minoranza interna, sulla materia costituzionale non c’è accordo di governo che tenga, la dialettica parlamentare deve prevalere. Ad ogni modo, la maggioranza di Renzi mantiene fermi due punti su tutti: il voto deve determinare una vittoria certa, secondo lo spirito del maggioritario; il superamento del bicameralismo deve tradursi nella formazione di una Camera non elettiva. Nella minoranza ci sono spezzoni significativi di cultura proporzionalista, anche se costretti a rimanere sottotraccia, e c’è soprattutto una forte insofferenza per il restringimento del principio di elettività. All’Italicum preferirebbero il vecchio Mattarellum, o anche il Consultellum. In ogni caso non vogliono concedere a Renzi il vantaggio dei capilista nominati, con cui il premier (e Berlusconi) controllerebbero molto più agevolmente i gruppi parlamentari.

Dall’Italia all’Europa. Qui forse le differenze sono meno nette, al di là delle dichiarazioni pubbliche. Perché chi va al governo finisce col mettere la sordina alle posizioni più critiche nei confronti dell’impostazione di Bruxelles, ancora egemonizzata dalla Merkel e dal PPE, mentre chi se ne allontana si allontana pure dall’ortodossia economica della Commissione. È per esempio il caso di Fassina, che si è spinto sino a ipotizzare che l’Italia abbandoni l’euro, posizionandosi addirittura vicino alle destre estreme, come gli ha subito obiettato il Presidente del partito, Matteo Orfini. Il fatto è che, sul piano della cultura economica del Pd, l’impronta liberista si è andata attenuando, di fronte ai magri risultati di questi anni, ma l’Italia non ha comunque la forza politica per imporre un cambiamento di rotta dell’Unione. In linea di principio, la minoranza interna è laburista e neokeynesiana: per essa, il problema è rilanciare la domanda; nella maggioranza si raccoglierebbero invece quelli per cui i problemi veri sono il debito pubblico e la competitività. Ma la difficoltà a far ripartire il Paese con le ricette attuali mette tutti (o quasi) d’accordo a chiedere di non fare le riforme strutturali senza rilanciare gli investimenti.

Renzi dice però che lui l’Italia la cambia davvero. E lo dice così, con uno stile che scava un’altra differenza. La minoranza si sente quasi «antropologicamente distante»: un po’ come con il Cavaliere prima maniera. Per Renzi, quelli che criticano sono gufi; per la minoranza, Renzi è la «Thatcher de’ noantri». Di fatto, la fraseologia di Renzi è il punto più lontano rispetto al lessico della prima Repubblica che il centrosinistra italiano abbia raggiunto. Certo, capita che Renzi citi Berlinguer, o Don MIlani, o persino Marx; ma poi conclude l’Assemblea e l’onore della citazione tocca a Scanu, quello che ripeteva le cose «in tutti i luoghi, in tutti i laghi». Ironia, leggerezza, velocità, e la cultura politica del Novecento finisce in soffitta. Chi pensa poi che Renzi sia un «lettore forte»? Lettore forte è sicuramente Cuperlo, o D’Attorre. Ma Renzi ha un profilo twitter, D’Attorre non ha nemmeno quello facebook.

La cultura politica però conta e come, anche se è difficile sostenere che la sinistra l’abbia conservata immutata in tutti questi anni, e che Renzi sia il primo a stravolgerla. Il veleno o il balsamo del liberismo, le riforme del lavoro, la fascinazione per la terza via, lo scontro col sindacato: sono tutte cose che risalgono agli anni Novanta, quando al governo andarono Prodi e D’Alema. Ma il giudizio su quegli anni è controverso. Ieri Renzi si è rifiutato di fare dell’Ulivo un santino: l’Ulivo ha perso – ha detto – e per lui vincere o perdere non è un particolare secondario. Il massimo teorico dell’ulivismo, il prodiano Parisi, teorizzava invece, ai bei tempi: meglio perdere che perdersi. Ed effettivamente nella minoranza la velleità minoritaria, puramente identitaria, sembra a volte allignare, per esempio in Civati. Ma non certo in Bersani o in D’Alema. Le cose, dunque, sono complicate: il giudizio sulla seconda Repubblica non traccia uno spartiacque netto fra maggioranza e minoranza. In realtà,  non è passata ancora la generazione che Croce diceva occorresse per maturare un giudizio equanime.

Le cose sono complicate anche su un ultimo terreno, quello della giustizia, sul quale peraltro da sempre il dibattito è incandescente e non soltanto all’interno del partito di maggioranza relativa in Parlamento. In linea di massima, la cultura politica della sinistra è stata, in questi anni, giustizialista. Ma a volte più per inseguire l’opinione pubblica – o, peggio, in maniera strumentale, per tenere alta la comoda bandiera dell’antiberlusconismo – che, invece, per convinzione ideale. Certo, ha avuto i Travaglio e i Flores D’Arcais, e il partito dei giudici, ma in minoranza ci sono anche esponenti come Walter Tocci o come lo stesso ex premier D’Alema, che invece hanno l’impostazione garantista della sinistra storica. Sta di fatto però che la riforma la sta facendo il ministro Orlando, e la magistratura riottosa cerca di frenarla cercando una sponda proprio tra le fila della minoranza.

(Il Mattino, 15 dicembre 2014)

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