Benigni e la magia del racconto di Dio

ITALY-CINEMA-BENIGNIIl solito ingresso da piccolo clown, coi passi di danza e la marcetta, da cagnolino che scodinzola festoso, e Benigni è in scena anche questa volta. Ma questa volta si tratta di Dio. E i primi minuti sono davvero memorabili. Poi comincerà a raccontare una storia – la più grande storia mai raccontata: la storia degli Ebrei, di Mosè, del roveto ardente, dell’esodo dall’Egitto, una storia che tutti conosciamo ma che quasi nessuno ci racconta più – ma i primi minuti sono davvero memorabili.

E non certo per le battute sui pochi romani a piede libero, o sulla Bibbia e su Rebibbia: qualche risata ci vuole, ma la contentezza che Benigni vuole trasmettere è tutta un’altra. Perciò la vera introduzione ai dieci comandamenti non la fanno i politici che si sono messi d’impegno a violarli tutti, i comandamenti, ma Dio stesso. Benigni parla di Dio senza nessuna prudenza. In prima serata. Su Rai Uno. E subito domanda: si può essere prudenti, quando si parla di Dio? Ci può essere misura? E più volte ripete: stasera mi dovete far dire tutto, stasera dobbiamo fare capriole con le parole, stasera dobbiamo trovarci «spersi nel sogno di Dio». E ci riesce: qualche capriola la fa davvero. D’altronde, come può Dio stare nelle nostre parole, nella misura finita della nostra mente? Chiunque abbia familiarità con secoli e millenni di filosofia e teologia sa quanto gli uomini si siano spaccati la testa sopra i paradossi del linguaggio religioso. Chi invece non ce l’ha, è portato a pensare che sia soltanto roba vecchia e usurata. O al massimo che sia «cultura»: degna forse del rispetto che si deve a oggetti culturali venerandi, ma ormai antiquata. Ecco, qualunque cosa si pensi del racconto di Benigni, una cosa credo si capisca benissimo: che proprio di cultura non si tratta, e che Benigni non ci ha invitati a passare la serata lucidando vecchia mobilia.

«Non si può parlare di Dio rimanendo uguali», dice a un certo punto Benigni, ed è un’istruzione così bella e così vera che può persino prendere un valore definitorio: Dio è proprio quella cosa maneggiando la quale non si rimane uguali. Altra capriola: «niente è più salutare per l’anima quanto parlare di cose incomprensibili». E fa’ in modo che gli si possa credere, che si possa, per una sera, sentire la propria anima non come un buco, un vuoto, una mancanza e quasi un rodimento, ma come una cosa piena e viva, a cui si può dare ancora nutrimento.

Poi i superlativi non mancano – Benigni, peraltro, ha chiesto rispettosamente di poter avere licenza di farne uso in abbondanza – e tutto sta sotto il segno della bellezza; e il tremendo del legame religioso, e persino il violento, non compaiono mai nel discorso di Benigni. Poi la credenza si dispone sul registro morbido e suadente del favoloso, ma subito Benigni incalza: se crediamo all’Uomo Ragno per le due ore di un film, perché non possiamo credere, almeno per una prima serata di Rai Uno, che Dio c’è, ed è nei sussulti della nostra anima? Ma è inutile fare le pulci allo spettacolo, alzare il sopracciglio e storcere il naso per questa popolarizzazione del racconto biblico. È inutile mettere note a piè di pagina, con tono professorale, o mostrare di saperla più lunga. Qui c’è un comico che pensa due cose con cui bisogna ancora fare i conti. La prima: che la magia del racconto può rivivere ancora, e l’uomo è ancora quel fanciullo che ha bisogno di incantarsi nelle pieghe di un racconto grande. La seconda: che la tradizione biblica è ancora il luogo in cui cercare queste storie: non per fare la morale a chicchessia, non per rinsecchire la religione in una serie di precetti e prescrizioni, ma per provare a rendere l’uomo comprensibile a se stesso.

Se non diventerete come fanciulli: tra letizia francescana e semplicità evangelica, Roberto Benigni per una sera chiede di deporre le armi della critica (non ne parliamo della critica delle armi). La mamma diceva al piccolo Robertino: impara adesso le cose che più si cresce e meno si capisce. Un’idea di devozione che è l’esatto opposto dell’uscita illuministica dallo stato di minorità, ma che non per questo possiamo accantonare senza temere, almeno per una sera, di perdere qualcosa di essenziale.

(Il Mattino, 16 dicembre 2014)

Una risposta a “Benigni e la magia del racconto di Dio

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