Pomigliano se in fabbrica si fa festa

vm2Entrare in Fiat, a Pomigliano, tenendo con una mano un bambino, e con l’altra un altro, non consente certo di capire come stanno le cose in termini di organizzazione del lavoro, di utilizzo degli impianti o di relazioni industriali, però vale la pena lo stesso, se non altro perché insieme con te, in una domenica di sole, entrano migliaia di dipendenti, con i loro figli, con le loro mogli o i loro mariti, e sciamano lungo i viali che costeggiano i grandi capannoni, e salgono sui trenini messi a disposizione dall’azienda per la visita allo stabilimento, e si avvicinano al bancone dove distribuiscono zeppole e graffe, e poi visitano gli stand dove si consegnano i regali per i figli dei dipendenti, si accalcano nello spazio per i giochi riservati ai più piccoli, si assiepano in vista dell’esibizione della squadra di comici più acclamata, quella di «Made in Sud».

Questa è la fabbrica dove la Fiat (ora FCA) decise nel 2010 di provare a rilanciare la produzione con un investimento molto cospicuo. E molto contestato. Le condizioni per effettuare l’investimento richiedevano infatti un impegno in termini di formazione, di miglioramento degli ambienti, ma anche di riorganizzazione dei turni e delle condizioni di lavoro. La storia è nota: ci fu un accordo sottoscritto da tutte le sigle sindacali eccetto la Fiom, e ci fu un referendum: circa due terzi dei lavoratori approvarono l’accordo. La Fiom aprì in seguito un contenzioso legale per condotta antisindacale, in relazione al licenziamento di diciannove  dipendenti, tutti legati al sindacato di Landini. La vicenda giudiziaria si è chiusa quest’anno: i diciannove sono rientrati in Fiat, ma nel frattempo l’azienda è uscita dal sistema confindustriale, dando con il contratto di Pomigliano il via ad una riformulazione del rapporto fra livello nazionale e livello aziendale di contrattazione, che oggi minaccia di obsolescenza tutta la materia del diritto sindacale. Di fatto, dopo accordo e referendum, il comparto metalmeccanico in Italia è arretrato pesantemente, ma non così il gruppo FCA, che ha sostanzialmente mantenuto i suoi livelli occupazionali. E soprattutto la Nuova Panda, che si produce a Pomigliano, sta andando bene sul mercato, così quest’anno in azienda si faranno meno giornate di ferie natalizie.

Intanto però c’è la festa. Compilando un modulo, i dipendenti hanno potuto scegliere un regalo per i loro figli e oggi possono ritirarlo. Ai cancelli c’è qualche protesta, più ironica che arrabbiata: gli «auto- organizzati» non ne vogliono sapere di «frottole e caramelle» distribuite dalla Fiat per «farsi pubblicità». Non so le frottole, le caramelle o i popcorn, ma le graffe, lo confesso:  sono ottime. Una signora chiede quante ne stiano friggendo: «Cinquecento?» azzarda. «Quindicimila» risponde divertita la ragazza che gliene porge una. Ed effettivamente sono tanti, quasi tutti, i dipendenti che hanno portato le loro famiglie questa domenica. Diecimila presenza al mattino, altrettante al pomeriggio. Per sfamare questa piccola città in movimento, ci sono sette forni mobili allestiti sotto un capannone. E tranci di pizza a volontà. E birra e coca-cola. Il clima è tranquillo e festoso: ci sono il tiro a segno, i gonfiabili, i cannoni che sparano neve artificiale, certe grandi bolle di plastica dove i bambini entrano per rotolare all’asciutto sull’acqua. E un buffo travestimento vichingo per grandi e bambini, che vogliono fintamente azzuffarsi: è l’unica nota nordista della giornata. Su un palco, c’è un coro spirituals e folk, che canta e balla a tutto volume, in attesa dello spettacolo comico, che comincia con una parola di ringraziamento all’azienda torinese, e subito prosegue con un liberatorio e collettivo «chi non salta juventino è»: l’unico scherzo tirato stamattina alla proprietà.

Quelli che però vogliono mostrare ai loro figli come si fa oggi un’automobile sono saliti su un trenino e ora passano tra le scocche della Nuova Panda appese in alto, lungo la linea della produzione, ferme come scheletri in attesa di ricevere vita e movimento. Ma i bambini si guardano attorno: di ciò che una volta era una fabbrica, di grasso e pistoni, non sembra rimasto più nulla: la luce è tanta, la pulizia anche. L’unico rumore che c’è lo fanno loro, i bambini, perché adesso la produzione è ferma, ma questo stabilimento – il Plant FCA Gianbattista Vico, considerato uno dei più efficienti dell’intera galassia Fiat – è stato insignito due anni fa  del prestigioso “Lean Manufacturing Award”, classificandosi al primo posto davanti ai plant della concorrenza tedesca.

I bambini della prima rivoluzione industriali di Charles Dickens, insomma, non vivono più qua, e se Engels volesse condurre un’indagine sulle condizioni della classe operaia dovrebbe forse cercare ispirazione altrove. O forse no, forse hanno ragione quelli che dicono che le catene delle condizione salariata si fanno invisibili, ma non sono per questo meno catene. In attesa però di spezzarle, e sempre che si possa, non è un male alleggerirle un po’, almeno sotto Natale. Là fuori chi protesta contro il «modello Marchionne» non teme solo per il futuro occupazionale e la capacità produttiva dello stabilimento, ma lamenta che da anni nulla cambia. Eppure, tornando a casa, l’impressione è che invece qualcosa stia cambiando, e che di un clima non aspramente conflittuale possa giovarsi non solo l’impresa, ma anche i lavoratori e le loro famiglie.

(Il Mattino, 22 dicembre 2014)

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