Se i giudici danno le pagelle al governo

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La riforma della giustizia che il governo Renzi sta cercando di condurre in porto non piace ai magistrati. O meglio: non piace all’Associazione Nazionale Magistrati, cioè alla magistratura organizzata. Che ancora ieri, riunito il comitato direttivo centrale, per bocca del suo segretario Sabelli ha ribadito la sua fermissima contrarietà. Con toni che non lasciano adito a dubbi: l’Anm considera che il ruolo, la funzione ed infine l’indipendenza stessa della magistratura siano minacciati dai propositi di riforma del governo.

Non è così. Il governo si propone di intervenire su un certo numero di materie. Tra queste, la responsabilità civile e la riduzione delle giornate di ferie dei magistrati. Ed è in primo luogo per opporsi a queste due misure che l’Anm promuove un’ampia mobilitazione, minaccia scioperi, e mette tutti e due i piedi nel piatto della politica. Nel merito, i due interventi in questione sono sin troppo ragionevoli: in un caso, il governo introduce e prova a rendere finalmente  effettivo un principio di civiltà giuridica che sulla carta esiste già (da quando, nell’88, i radicali promossero, stravincendolo, il referendum), ma che di fatto non conduce quasi mai al risarcimento del danno per mala giustizia; nell’altro, si tratta di un puro e semplice privilegio che il governo intende far cessare (alla buonora).

La si potrebbe finire qua, se l’Anm non temesse inoltre, insieme alla perdita di qualche comoda prerogativa, un ridimensionamento del peso esorbitante che essa ha nella vita sociale e politica del paese: ridimensionamento salutare, da troppi anni atteso e sempre rinviato. Complice, si capisce, l’anomalia berlusconiana: perché era facile, con la vicenda giudiziaria del Cavaliere di mezzo, gridare che si voleva mettere la mordacchia alla magistratura. E lasciare le cose come stavano.

Ma le resistenze corporative tornano ancora oggi a farsi sentire. E poiché è nuovamente esploso il tema della corruzione, qualunque provvedimento di riforma viene adesso stoppato con l’argomento che non serve a combattere la corruzione e a rendere efficiente la giustizia. È, ancora una volta, il tentativo di fare sponda con gli umori dell’opinione pubblica, ma è anche un’offesa non piccola all’intelligenza delle persone. Da nessuna parte, infatti, l’Anm prova a spiegare perché ridurre le ferie e introdurre una effettiva responsabilità civile dei giudici renderebbe impossibili gli interventi di contrasto alla corruzione che vengono auspicati. Perché cioè si dovrebbe ritenere che l’una cosa impedisca di fare l’altra. In realtà, non vi è ovviamente alcun impedimento, ma accusare il governo Renzi di fare annunci e non vere riforme, e mettersi in scia al dilagante malcontento nei confronti dei politici corrotti, serve non ad altro che a schermare la cocciuta difesa del proprio status.

C’è poco da fare: questo status, questa condizione, è la condizione di un soggetto che sta spesso protervamente fuori delle aule dei tribunali o delle procure. Sta nel gioco politico, vi sta peraltro senza avere alcuna legittimazione democratica, e vi sta per far sentire il proprio potere e per lottare affinché questo potere non venga ridotto.

Come altrimenti giudicare la proposta dell’Anm di interrompere la prescrizione con l’inizio dell’azione penale? È vero: dichiarare estinto il reato per intervenuta prescrizione è un fallimento della macchina giudiziaria. Ma la ratio dell’istituto della prescrizione è una tutela dei diritti di chiunque si trovi a essere indagato, perché è inaccettabile rimanere per un tempo illimitato sottoposti all’azione della magistratura inquirente. Ebbene, bisogna essere Franz Kafka, oppure il segretario dell’Associazione nazionale magistrati, per non mostrare la minima preoccupazione per il tema della garanzie connesse essenzialmente alla prescrizione. E bisogna, soprattutto, per far ciò, sposare quella funesta logica emergenziale per cui la lotta alla corruzione val bene una compressione dei principi e delle forme di una civiltà giuridica liberale, tanto più in quanto, per ogni limitazione dei diritti del cittadino, si propone di fatto un accrescimento del potere della magistratura.

Come se la corruzione si combattesse togliendo ogni limite all’azione dei pm. Non è così, e anche se lo fosse nessuna democrazia può accettare che un corpo si erga a guardiano della pubblica moralità. Altra cosa è chiedere più cancellieri e più mezzi. Ma anche i docenti chiedono più aule, e le università più ricercatori, e la polizia più volanti: fanno bene. Chi può dire infatti che non sarebbe meglio averle, tutte queste cose? Ma chi può dire che averle o non averle c’entri qualcosa con l’elementare senso di giustizia che chiede anche al magistrato di rispondere del suo operato, o di stare qualche giorno di meno in vacanza? Eppure l’Anm continua a legare le due cose, a sollevare strumentalmente il totem dell’indipendenza della magistratura e a ostacolare ogni tentativo di riformare le giustizia.

Ebbene, se la politica, se il Parlamento vuole tornare a far valere il suo primato, è bene che lo affermi non solo contro la tecnocrazia europea, o contro i sindacati, ma pure contro queste pesanti incrostazioni corporative nostrane.

(Il Mattino, 21 dicembre 2014)

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