Quirinale, c’è una terza via

TERZA-VIALa corsa del Quirinale sta per entrare in dirittura finale. La determinazione del Presidente Napolitano a lasciare al termine del semestre europeo non è più in discussione. Così, dei tanti impegni che attendono la politica italiana col nuovo anno, il primo e non più differibile riguarda proprio l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Che nei primi tre turni di votazione è fissata a un quorum decisamente proibitivo: due terzi dell’Assemblea elettiva. Dal quarto turno in poi basta la maggioranza assoluta. Ma all’elezione si può arrivare in tre modi diversi.

Il primo modo discende in linea diretta dal patto del Nazareno. Non che nel patto sia contenuto il nome del futuro Presidente, ma è chiaro che se l’intesa fra Pd e maggioranza di governo da una parte, Forza Italia dall’altra, ha un significato in relazione al tema delle riforme istituzionali, è naturale che lo abbia anche in relazione al massimo garante delle istituzioni del Paese. Dunque, un primo scenario possibile si delinea in continuità col Nazareno: è l’idea che i partiti che si riconoscono in quel patto condividono uno stesso modo di stare nelle istituzioni, e trovano la sintonia su un nome che sia frutto di quell’equilibrio politico, pur nell’osservanza dei rispettivi ruoli di maggioranza e opposizione. È, in altre parole, il metodo più vicino a un accordo robustamente politico che sia oggi possibile in Parlamento. Ed è anche una sorta di prosecuzione non del modo in cui è stato eletto Napolitano per il suo secondo mandato, ma del tentativo (fallito) di Bersani di portare Franco Marini sul Colle più alto: nell’impossibilità (e anche nell’inopportunità) di fare da soli, e in una situazione politicamente assai precaria dopo l’exploit grillino, si cercarono soluzioni che consentissero alle forze politiche di avviare un primo consolidamento dell’assetto uscito dalle urne. La situazione oggi non è altrettanto precaria, Renzi è molto più forte di Bersani nel 2013, e l’impaccio grillino è decisamente minore, sia numericamente che politicamente, e però Renzi da una parte e Berlusconi dall’altra hanno comunque da temere imboscate tese nel voto segreto da minoranze recalcitranti (la sinistra interna da una parte, Fitto dall’altra). Molto comunque dipenderebbe dal nome, e anche se il Cavaliere rinuncia a veti e offre sempre più chiari cenni di disponibilità, è palese che sono inversamente proporzionali al timore di essere lasciato fuori dalle future scelte.

Il secondo modo si situa invece agli antipodi del primo. Si potrebbe cioè essere tentati di scegliere il Presidente della Repubblica avendo occhio al clima che c’è nel Paese, e lanciare un segnale verso l’opinione pubblica invece di guardare agli equilibri parlamentari e ai rapporti fra le forze politiche. A questa seconda via appartengono tutte le candidature da rubricare alla voce «società civile», e affini. Se al primo modo si lega più facilmente un nome politico a tutto tondo – un Veltroni, un Fassino, un Amato – , al secondo appartengono tutti i nomi buoni per un sondaggio on line dei Cinque Stelle. I già provati Prodi e Rodotà, ma anche figure come Raffaele Cantone. Non occorre naturalmente che il nome esca proprio dalle «quirinarie» grilline, ma che venga comunque fuori il profilo di una personalità autorevole, sufficientemente distante dall’attuale scena politica da contenere anche un principio di critica almeno implicito nei suoi confronti. Un nome di quelli che potrebbero passare per la testa di un Renzi ancora rottamatore, insomma. Ma se il premier conosce la forza di quella narrazione, per averla adeguatamente interpretata, è difficile che voglia riproporla da Presidente del Consiglio, mentre si impegna cioè a vestire i panni del costruttore della nuova Italia.

Resta un terzo, possibile modo. Il primo ha infatti dalla sua le ragioni della politica, ma perciò anche le debolezze, visto che il grado di salute dei partiti e la loro compattezza interna è piuttosto bassa. Il secondo non ha probabilmente i numeri necessari per imporsi in Parlamento, ma abbastanza fascino per sbarrare la strada ai nomi che venissero fuori dal Nazareno. Il terzo rappresenterebbe forse una scelta meno netta, meno profilata, ma forse proprio per questo in grado di evitare le trappole che costellano le altre due strade. E anche di non fare ombra al premier, che ha evidentemente la necessità di tenere saldi nelle sue mani i dossier dell’Europa e delle riforme. Si tratterebbe dunque di individuare una personalità istituzionale, o quasi istituzionale, non più in prima fila ma nemmeno fuori dal Palazzo, come facevano i vecchi partiti della prima Repubblica, la Dc e il Psi, per cavarsi dagli impicci dopo che i cavalli di razza e le prime scelte cadevano, spesso sotto il fuoco amico. Un nome di peso, insomma, ma non per questo ingombrante, in grado di garantire ciò che forse Renzi davvero si propone, e cioè che la fisarmonica dei poteri presidenziali, dilatatasi negli ultimi anni di crisi politica, possa cominciare, lentamente, a contrarsi. Ma sono movimenti difficilmente prevedibili, come tutto ciò che si muove per salire sul più alto Colle.

(Il Mattino, 28 dicembre 2014)

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