La riforma del cattivo andazzo

downloadLa vicenda dei vigili romani che, per un motivo o per l’altro, non erano in servizio l’ultimo dell’anno nella esorbitante percentuale dell’83 per cento dev’essere affrontata con un minimo di onestà intellettuale, anche solo per districarsi nella selva rigogliosa dei commenti. Ad esempio: Marino dice che lui ha studi scientifici alle spalle e sa che una percentuale simile non può essere frutto di epidemie, di forza maggiore o del caso. Troppo gentile, troppo prudente. In realtà non ci vuole la laurea: basta il buon senso per trovare abnorme il dato. Il neo-segretario della Uil, Carmelo Barbagallo, dal canto suo, prima di prendersela con le politiche del personale dell’Amministrazione comunale, confessa candidamente qual è il nodo dell’intera faccenda, quando ammette che il certificato medico non può essere una nuova forma di lotta. Diciamo la cosa in termini più espliciti: nelle pieghe della legge, ma ancor più nelle maglie di comportamenti irresponsabili, si infilano impunemente le resistenze corporative dei vigili urbani romani. E, qualunque cosa si voglia aggiungere per contestualizzare il fenomeno, onestà intellettuale impone che si dica: non c’è giustificazione che tenga.

Anche le buone cause, infatti, diventano cattive se sostenute con mezzi e argomenti sbagliati. Ma qui è ancor più vera un’altra cosa. Che il comportamento sbagliato – l’assenteismo di massa – è rivelativo non di una buona ma di una cattiva causa, di una causa cioè che non può essere difesa apertamente e assumendosi le responsabilità del caso. Così i vigili, assentendosi, mandano un obliquo (e indecente) segnale al loro comandante, e all’intera amministrazione capitolina, che sta tentando di cambiare le cose.

Ma quali sono le cose che il comandante vuole cambiare? Leggi, regolamenti, norme, diritti? Temo di no, temo che la maniera migliore di descriverle sia: l’andazzo. C’è un certo andazzo, un certo numero di abitudini, di piccoli privilegi non scritti, di comodità, di vantaggi informali quando non illegali, di sprechi, di complicità e connivenze che tutte insieme formano, appunto, l’andazzo. L’andazzo è come vanno di fatto le cose, quando però si sa che non è così che devono andare. L’andazzo è il corso delle cose, accompagnato però da una certa assuefazione ad esso. Dall’inerzia e dalla resistenza a cambiarle.

L’andazzo c’è a Roma, tra i pizzardoni della Capitale, ma mica solo lì. I netturbini partenopei, pure loro assenti in massa la notte di San Silvestro, non descrivono una situazione diversa. E così l’andazzo coinvolge loro, ma pure il sindaco De Magistris, che accampa i rigori invernali e l’età media del personale per spiegare la cosa. Ed è altresì  evidente che l’andazzo riguarda tanto il netturbino o il vigile che manda il certificato medico e rimane a casa, quanto il medico che lo rilascia. Il medico dirà infatti che, per i sintomi accusati dal vigile, non poteva fare altro che firmare il certificato. Ma quello che in realtà fa in questo modo non è tanto violare la legge quanto assecondare un certo andazzo. Che a volerlo cambiare il medico perde il paziente, e così l’andazzo continua.

L’andazzo richiede una riforma del pubblico impiego? Qui sarei più preciso. La riforma del pubblico impiego è nel programma del governo Renzi. Il ministro Madia ci sta lavorando da prima del trentuno dicembre: non è che adesso debba lavorarci un po’ di più per risolvere i problemi del corpo dei vigili urbani della capitale. Non è che c’entrino qualcosa l’articolo 18 e i licenziamenti. L’assenteismo, peraltro, è un problema nel settore pubblico così come nel settore privato: basti pensare agli incentivi nei contratti aziendali inseriti per premiare non la produttività, ma la semplice, normale assiduità nel luogo di lavoro.

In generale, è un cattivo costume quello di legiferare sull’onda dell’emozione dello scandalo di turno: che siano i blitz fiscali, i delitti efferati o i botti di Capodanno.

Ma resta l’andazzo. Che si sostituisce ad un’etica dell’amministrazione pubblica difficilmente rintracciabile nel comportamento dei vigili romani o dei netturbini napoletani. Ora, non c’è difesa della sfera pubblica delle istituzioni, sia locali che statali, che possa valere a coprire questo deficit: palpabile, tangibile, e inaccettabile. E non vi sarà modo di ricostruirlo, se non si tornerà a far valere un principio di responsabilità elementare, connesso alla natura di una burocrazia, cioè di un’organizzazione gerarchica, in cui il dirigente deve poter esercitare le sue funzioni, cioè dirigere, senza subire piccoli e grandi ricatti, senza quella miscela consociativa di impunità, negoziazioni, patteggiamenti che lascia spazi all’arbitrio, a poteri informali, a ipocrisie e corruttele. I primi ad avvantaggiarsene saranno i dipendenti pubblici. Non tutti, ma sicuramente il diciassette per cento che era in servizio la notte dell’ultimo dell’anno.

(Il Mattino, 4 gennaio 2015)

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