Le troppe contradizioni che sfidano anche la logica

unnamedDove si trovi la contraddizione lo diciamo dopo. Prima, avendo letto la difesa di Erri De Luca dall’accusa di istigazione a delinquere mossagli dalla ditta impegnata nella realizzazione della linea dell’Alta Velocità in Val di Susa per le parole pronunciate nel corso di un’intervista – accusa per la quale Erri De Luca andrà a processo il prossimo 28 gennaio – prima vogliamo formulare il buon augurio che De Luca verrà assolto, com’è giusto e naturale che sia. Dimostrare che vi è stata una connessione diretta e causale fra l’incitazione al sabotaggio contenuta nell’intervista e gli atti violenti compiuti da alcuni manifestanti per sabotare l’opera è molto al di là delle possibilità della pubblica accusa, e d’altra parte la libertà di opinione, che la nostra Costituzione garantisce come un diritto fondamentale, dimostra di essere preziosa proprio quando protegge le parole contrarie, come quella che Erri De Luca aveva affidato all’intervista (e, oggi, a questo saggetto: La parola contraria, in uscita da Feltrinelli). Non solo, ma noi stessi saremmo un po’ meno liberi di far rilevare contraddizioni e sciocchezze contenute nella difesa di De Luca, se dovessimo anzitutto criticare la stolidità di una sentenza. Anche per noi, infatti, il solo piano di discussione è quello dove vige la libertà di critica, e dove non è la costrizione della legge penale, ma la coerenza del pensiero a dovere essere, se mai, rispettata.

E dunque. Erri De Luca scrive che la parola sabotaggio, da lui impiegata nell’intervista incriminata, non significa solo danneggiamento materiale. Io posso per esempio sabotare una festa, invitando qualcuno a non andarci. È vero. Ma si fa fatica a capire che senso ha questa puntualizzazione sull’ampiezza di significato della parola, se poi si tratta di respingere in generale la connessione fra le parole pronunciate nell’intervista e gli atti verificatisi in Val di Susa. Stessa cosa per la davvero singolare presentazione del suo invito al sabotaggio come una sorta di «malaugurio».

L’una e l’altra spiegazione del significato delle proprie parole contraddicono infatti tutto il resto del ragionamento proposto dallo scrittore: che cita (e ti pareva) il «coraggio anche fisico» di Pasolini, e assegna all’imputazione il valore di un premio letterario. Una medaglia da appuntarsi sul petto. Se infatti si vuole celebrare la parola efficace, e riconoscere anche e soprattutto alla letteratura questa efficacia e questa forza, capace di smuovere gli animi e di cambiare il corso di una vita, come si fa poi a difendere le espressioni precise adoperate derubricandole come manifestazione del «diritto al malaugurio»? O forse De Luca sta solo rivendicando l’enorme coraggio che ci vuole (si fa per dire) a prendersi pubblicamente la patente di iettatore? Se così fosse, ci sarebbe da ridere. In realtà, Erri De Luca mostra di non sapere che intanto la parola è efficace e vera, in quanto ce ne si assume pienamente la responsabilità, senza il sotterfugio furbetto dell’ampiezza di significato attestata dal vocabolario. Ben al contrario, Erri De Luca avrebbe dovuto scrivere che per sabotaggio intendeva proprio il danneggiamento materiale (d’altronde, aveva parlato a suo tempo di cesoie, anche se ora evita di ricordarlo), proprio come recita il Codice, e non un qualche accidente imprevisto mandato dal caso o dagli dèi. E avrebbe anzi dovuto salutare con soddisfazione gli atti di danneggiamento materiale in seguito compiuti: noi avremmo difeso ugualmente la manifestazione del suo pensiero, pur considerando gravi e pericolose le sue parole, e lui avrebbe potuto in quel caso, e solo in quel caso, prendere l’accusa come un premio. Altrimenti, tutta questa storia del coraggio «anche fisico» e della parola contraria diventa solo una mossa da scrittore, un uso un po’ indecente del famigerato «gergo dell’autenticità», una posa da bastian contrario. E, a proposito: intellettuale non è affatto chi dice il contrario dell’opinione dominante – come sostiene De Luca –, ma chi dice la verità. La quale può (non deva ma può) coincidere con l’opinione dominante. E autenticamente democratico è anzi chi confida che la verità possa – almeno regolativamente – appartenere alla maggioranza. La descrizione della figura intellettuale, fatta da De Luca sulla eroica misura del proprio sé, è falsata dalla mancata distinzione fra regimi democratici e regimi autocratici.

E, sempre a proposito, cade qui l’ultima contraddizione (e non è semplice – sia detto con la giusta ironia – infilarne due o tre in uno smilzo libriccino di pochissime pagine in cui peraltro si sta dalla parte della ragione e non del torto): Erri De Luca è anarchico da quel dì. E intende continuare ad esserlo. Ma è anarchico di una specie particolare, se riesce a difendere il diritto della comunità della Val di Susa usando la categoria politica centrale del più «statalista» dei pensatori politici del ‘900, e cioè la sovranità. Perché De Luca dice proprio così: c’è un diritto di sovranità e di incolumità di un popolo sulla sua terra. Tutto l’anarchismo di De Luca è dunque solo antipatia verso lo Stato italiano, democratico o no che sia. Ma come faccia un anarchico a scimmiottare quasi alla lettera  la definizione dello Stato di Carl Schmitt, il giurista del Reich, e a riprenderne i capisaldi, è una sfida non al diritto penale, ma alla logica. Francamente, non è il caso di condannarlo per questo.

(Il Mattino, 8 gennaio 2015)

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