Un nome condiviso o sarà effetto boomerang

blank_12inQueste primarie non s’hanno da fare. La decisione della direzione regionale del Pd era attesa: le primarie del partito democratico sono rinviate nuovamente, questa volta al primo febbraio. Nel motivare la proposta, il segretario regionale, Assunta Tartaglione, ha fatto riferimento sia al precedente annullamento delle primarie cittadine del 2011, che spianarono la strada a Luigi De Magistris, sia alla necessità di preparare adeguatamente l’appuntamento, dopo il segnale della scarsa affluenza alle urne nella recente tornata elettorale regionale, in Calabria ed Emilia Romagna. Ma né l’una né l’altra motivazione contengono il vero nodo della discussione, che perseguita il Pd da settimane, combattuto tra l’osservanza del metodo delle primarie nella selezione delle candidature e l’insoddisfazione per i nomi in campo. Più brusco è stato Francesco Nicodemo, renziano della primissima ora, che ha giudicato addirittura «dannose» le primarie, se tenute con gli attuali contendenti in campo. I contendenti in campo non sono però due uomini qualunque: sono Vincenzo De Luca, uno dei sindaci più popolari d’Italia, e Andrea Cozzolino, che in Campania è stato superato per numero di preferenze alle recenti elezioni europee solo dalla capolista Pina Picierno. Due big, insomma. Ai quali si aggiunge la senatrice Angelica Saggese. Giudicare dannoso per il Pd dare svolgimento alle primarie con simili candidati è come dire che solo un resettaggio completo, una specie di palingenesi universale può rimettere in piedi il partito democratico campano – a detta, peraltro, dei suoi stessi dirigenti. La particolarità della situazione sta in ciò, che il processo che in Campania si giudica necessario e che tuttavia non riesce a trovare un naturale innesco ha un nome ormai familiare alle cronache politiche: si chiama rottamazione. E però è passato, a livello nazionale, proprio attraverso le primarie. Nel caso della Campania le primarie del Pd devono invece essere rinviate, e magari poi del tutto accantonate, per poter favorire il complicato decorso.

In realtà, la partita è più complessa. Il vecchio e il nuovo c’entrano, ma fino a un certo punto. C’entrano molto di più gli equilibri sia locali che nazionali. In Campania e a Napoli, c’è una parte consistente del micronotabilato locale che accoglie malvolentieri la sfida fra De Luca e Cozzolino, anche se non è in grado di esprimere una candidatura di pari peso. Sul piano nazionale, al di là dello scarso (Cozzolino) o nullo (De Luca) feeling verso i candidati in campo, c’è un più freddo calcolo politico: l’esigenza di avere un futuro governatore democratico in linea con le posizioni (e l’immagine) dell’attuale segreteria Renzi.

Come finirà, allora? Con un nome che metta tutti d’accordo? Improbabile ma possibile. Un nome del genere, ovviamente, ancora non c’è: se ci fosse, sarebbe già stato proposto in direzione e si sarebbe cercato intorno a quel nome il consenso necessario per la «soluzione condivisa». Prendere tempo serve appunto a trovare il nome. Per ora i candidati in lizza hanno fatto buon viso a cattivo gioco: prima della direzione, sia De Luca che Cozzolino si erano dichiarati contrari ad ulteriori slittamenti. A decisione presa, hanno abbozzato. Si chiama Realpolitik. Ma poiché viene difficile spiegarla ai cittadini, o il Pd tira fuori davvero un nome di rango, e mette anche i due sfidanti in condizione di convergere su di esso senza troppe ammaccature, o tutto questo interminabile processo decisionale si rivelerà l’ennesimo boomerang per il Pd.

(Il Mattino, 31 dicembre 2014)

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