La peste e il dovere del coraggio

imageMentre Roma discute – avrebbero detto i latini, nostri antenati – la Francia è messa sotto scacco dal terrorismo jihadista, fino all’assalto finale. Scopertasi impreparata e sgomenta dopo la strage della redazione di Charlie Hebdo , ha schierato quasi centomila uomini, e mezzi militari, elicotteri e camionette, forze di polizia e di intelligence, per catturare i due fratelli franco-algerini, Said e Cherif Kouachi responsabili dell’eccidio, e stanare a Parigi il terzo terrorista, rifugiatosi in un supermercato kosher con alcuni ostaggi. Per due giorni un’intera nazione si è sentita quasi impotente, in balia di tre killer, storie e volti già noti ai servizi, già segnalati, e tuttavia capaci di colpire e uccidere nel cuore di Parigi, e poi di fuggire seminando il terrore. La Francia brancolava nel buio, e intanto Roma discuteva in un Parlamento semivuoto, in un’aula quasi deserta. Del rumore sordo della battaglia si è prodotta a Roma solo un’eco attutita. Il ministro dell’Interno Alfano ha reso la sua informativa– senza minimizzare, ma senza neppure drammatizzare – in un emiciclo distratto, come se la gravità del momento storico sfiorasse appena la politica romana. Eppure anche l’Italia, come tutto l’Occidente, è esposto «all’insidia terroristica». Eppure Al Baghdadi, la guida dell’autoproclamato Stato islamico, ha indicato con virulenza nel Papato un possibile bersaglio: farneticanti o no che siano tali messaggi, nel giorno in cui la Francia faceva un’esperienza così terribile dell’attacco alle sue (cioè alle nostre) libertà fondamentali, le parole del ministro Alfano sono state raccolte solo dai cronisti mentre, complice il fine settimana, i parlamentari lasciavano Montecitorio, ancor prima che la caccia all’uomo avesse fine. Un simile epilogo, una così fioca consapevolezza non ha una causa sola, ma almeno tre. La prima concerne la tradizionale debolezza delle strutture dello Stato italiano, che si esprime anche nella difficoltà di elevare luoghi e date a momenti simbolici per tutta la nazione. Non abbiamo, insomma, la religione laica della Repubblica che hanno i francesi. È la vexata quaestio dell’identità italiana, che raramente la politica riesce a rappresentare nelle forme e nei modi dovuti. La seconda consiste nella scarsa esperienza che gli italiani hanno del rapporto con l’altro, con lo straniero, con l’immigrato. Paese di emigranti, omogeneo dal punto di vista religioso, abbiamo conosciuto solo in tempi recenti fenomeni migratori importanti, e stentiamo ancora a raccapezzarci: lo dimostra la pochezza del dibattito in materia, dominata da populismi facili e a buon mercato. Non abbiamo insomma il problema degli immigrati di seconda generazione, sospettiamo appena i limiti del multiculturalismo e i problemi di una reale integrazione e così non conosciamo ancora la tragedia di veder morire per strada un francese di origine algerina, ammazzato da un altro francese pure lui di origine algerina, mentre grida Allah Akbar. La terza ragione riguarda invece una certa tendenza alla rimozione nella costruzione del discorso pubblico. Tra tutti i paesi occidentali, l’Italia è infatti quello che ha conosciuto la più lunga stagione di terrorismo interno. Eppure, il terrorismo è tanto poco un tema italiano, che la letteratura e il cinema se ne sono impregnati assai poco. Non c’è una letteratura vigorosa, alta, potente, sugli anni di piombo, né alcun grande romanzo che lo racconti, e anche gli esempi cinematografici, che pure non mancano, non sono però centrali nella costruzione della memoria collettiva. Che si forma più attraverso i vuoti che attraverso i pieni di un racconto condiviso. Ma ormai la sfida ci ha raggiunto, anche se non sappiamo neppure immaginarne gli esiti, i percorsi possibili. Non abbiamo nulla di paragonabile a dibattiti come quello scatenato dall’ultimo libro di Michel Houellebecq, «Sottomissione», la cui uscita era prevista proprio il giorno dell’attentato. In esso, lo scrittore immagina una Francia che si affida ad un Presidente islamico moderato, sconfiggendo alle elezioni presidenziali la destra di Marine Le Pen. Noi, invece, non sappiamo abitare queste paure, questi fantasmi, questi eccessi. Non noi, né la nostra letteratura. Tutto ciò ci lascia poveri di emozioni collettive, e lontani dai luoghi e dai tempi in cui la storia ha i suoi picchi, e compie le sue spaventose accelerazioni. Ci lascia ancora in cerca della consapevolezza indispensabile per sostenere la sfida, incapaci di aprire gli occhi su quel che sta capitando. Come Josef K. ,il protagonista de Il processo di Kafka raccontato da Camus ne La peste: «Leggevo questo romanzo: ecco un disgraziato che arrestano una mattina, all’improvviso. Si occupavano di lui, e lui non sapeva niente». Ecco: dopo l’assalto a Charlie, dopo tutti questi morti e tutti quegli uomini impegnati sul terreno, dopo due giorni di apprensione e paura proprio non possiamo più fare come se non ne sapessimo niente.

(Il Mattino, 10 gennaio 2015)

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