Il marketing della Guerra Santa

ImmagineIl video diffuso in rete mostra un giovanissimo mujahidin – dieci o undici anni — al fianco di un miliziano dell’Isis. Il ragazzino stringe in pugno una calibro 9. In ginocchio, davanti a lui, due uomini, con il capo lievemente reclinato, gli danno le spalle. Il ragazzino compie un passo, tende il braccio, spara un colpo alla nuca e ammazza senza esitare i due uomini: due russi, due prigionieri. Il video dura pochi secondi: è il video di un’esecuzione, affidata però a un ragazzino di dieci anni. Probabilmente autentica, sicuramente teatralizzata, messa in scena a beneficio del pubblico occidentale. Dopo i massacri, dopo le teste mozzate e gli uomini decapitati esibiti come trofei, il Califfato compie un altro passo nel tunnel infinito della ferocia. Non sono i primi bambini-soldato che vediamo, ma sono i primi a cui venga affidato il compito del boia, per impartire all’Occidente e al mondo intero la seguente lezione, che lo Stato Islamico sgozza gli infedeli. Che i bambini sgozzano gli infedeli. Che  è disposto a sgozzare gli infedeli chiunque sia fedele all’Islam.

Il video è, alla lettera, una produzione. Ha richiesto infatti più telecamere, più inquadrature, e un montaggio. Non si tratta di una ripresa condotta frettolosamente, magari con un telefonino, ma di un lavoro professionale, ben eseguito, con tanto di primi piani e  inquadrature di dettaglio. Uno stile cinematografico, non molto lontano dal trailer di un film. Il terrorismo islamista ci infligge insomma lo spettacolo della morte, usando lo stesso codice visivo al quale siamo abituati come spettatori di immagini cinematografiche.

Cosa significa ciò? Forse due cose. Anzitutto, che gli autori del video tengono a dimostrare piena padronanza del mezzo. Non c’è nulla di dilettantesco nel video, e non è dunque con improvvisati terroristi che abbiamo a che fare, ma con un’organizzazione potente, efficiente, dotata di mezzi. In secondo luogo, che abbiamo a che fare con la costruzione cosciente di una narrazione, in cui i terroristi giocano un ruolo preciso. C’è un bambino e un adulto, cioè una guida. Il bambino esegue a cospetto dell’adulto, sotto il suo occhio vigile, il compito affidatogli, e diventa anche lui un adulto, cioè un combattente dell’Islam, un difensore del Profeta. E tutto nel video dice: questo è giusto, questa è giustizia, questa è la giustizia di Dio. Io non credo infatti che il bambino stia lì solo per dimostrare il coraggio e la determinazione della guerra santa che l’Isis combatte, oppure per terrorizzare i pavidi occidentali che non sanno più combattere. Credo che quel bambino dica almeno altre due cose: che non c’è alcun uomo, vecchio o bambino, che non c’è nessuno che non sia disposto a morire (o a uccidere) per il Profeta, e che questa violenza è giusta, è pura, è innocente, proprio perciò può essere compiuta con convinzione assoluta anche da un bambino sostenuto dalla vera religione. In questo modo, si vuole anche chiudere ogni spazio possibile ai discorsi che si ostinano a non considerare la religione musulmana in quanto tale alla radice delle violenze dell’Islam politico.

Questi sono però i significati che sono stati messi deliberatamente nel filmato. Ma poi, a guardare quelle immagini, se ne può trovare almeno un altro, a cui i terroristi probabilmente non hanno pensato, e che tuttavia è presente lo stesso nell’inquadratura. È un significato affidato a un particolare non necessario, che tuttavia prende rilievo per contrasto con la scena così sapientemente allestita e organizzata.

Guardate infatti il bambino, la sua mano, il suo braccio. L’inquadratura stringe sull’impugnatura della pistola: salda, sicura, decisa. Ma al polso il bambino porta un orologio nero, cinturino largo e cassa grande su un braccio sottile. Quel grosso orologio nero è come un vestito: il bambino lo indossa. Nella necessità di avere al polso quell’orologio si nasconde così l’infanzia del bambino: che non può essere esibita, che deve anzi essere nascosta e cancellata, perché il bambino possa fare il grande. Non diversamente però dai nostri figli, quando vogliono stare tra gli adulti anche prima del tempo. Così, per quanti sforzi abbiano fatto i terroristi per cancellare ogni sentimento di comune umanità tra noi e loro, tra fedeli e infedeli, una traccia è rimasta. Un segno di debolezza, o anche solo un aspetto negletto di psicologia infantile, una posa diversa dalla posa costruita per il soldato, e adatta invece a un ragazzino scanzonato.

Roland Barthes diceva che nelle foto o nelle inquadrature c’è qualcosa come un punctum, qualcosa che ti tocca e ti punge involontariamente, al di là delle connotazioni esplicite dell’immagine. Quel punto singolare, soggettivo, particolare, è per me l’orologio del bambino, ed è persino un segno di speranza in una storia orrenda: quel mujadihin porta l’orologio, maschera così le sue insicurezze, è un bambino, prima dell’esecuzione e dopo l’esecuzione. Quel prima e quel dopo, io penso, esistono ancora.

(Il Mattino, 14 gennaio 2015)

Una risposta a “Il marketing della Guerra Santa

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