Le primarie feudali che spaccano il Pd

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Ci sono un vincitore e un perdente nelle primarie liguri: Sergio Cofferati ha perso e Raffaella Paita ha vinto. Ma c’è pure una commissione di garanzia che deve pronunciarsi sulle denunce di brogli e irregolarità. Che immancabilmente fioccano ogni volta che la contesa si accende per davvero. E così siamo alle solite: l’esito delle primarie, con la sua scia di polemiche e contestazioni, costringe il partito democratico a una nuova riflessione sullo strumento, che in salsa italiana sembra funzionare egregiamente solo quando interviene per consacrare il candidato già incoronato dai gruppi dirigenti del partito o dei partiti, come Romano Prodi nel 2005  o Walter Veltroni del 2007. Poi, certo, ci sono state altre competizioni reali fra candidati alternativi – a livello nazionale, quelle che hanno visto Renzi prima perdere, poi vincere – ma appena si è calato lo strumento nelle più complesse realtà locali, lo strumento non ha funzionato altrettanto bene, e invece di produrre legittimazione grazie al voto popolare, ha finito più di una volta col provocare l’effetto opposto. Una riflessione dunque è indispensabile, tanto più che domenica scorsa si sarebbe dovuto votare anche in Campania, se non fosse intervenuto un rinvio che ha spostato la data della consultazione al prossimo primo febbraio. E così si parla a nuora perché suocera intenda: queste primarie campane, si dice, non s’hanno da fare.

Ora la prima riflessione riguarda la natura stessa del metodo delle primarie per la selezione dei candidati alle cariche pubbliche, che è stato introdotto per spazzare via le decisioni prese dai politici nel chiuso di segrete stanze. Contro una politica opaca – dark and gloomy, come dicono gli americani, che per primi hanno adottato il sistema – le primarie consentono a tutti i cittadini elettori di scegliere il candidato. Ma succede l’opposto, che è cioè l’intero processo elettorale ad apparire dark and gloomy, e l’opacità anziché diradarsi si infittisce, come puntualmente avviene per l’incapacità di far osservare regole e procedure, non essendo le primarie del Pd stabilite per legge e controllate dalle Corti d’appello.

La seconda riflessione riguarda la base elettorale. Perché il Pd, non contento di rivolgersi agli elettori, ha stabilito con larga generosità che possano votare anche quelli che elettori non sono, e cioè i sedicenni, o i cittadini di paesi extraeuropei (purché in regola con la carta di soggiorno). Questa idea di partecipazione, assai nobile ma alquanto balzana, cioè donchisciottesca, produce anch’essa il suo esito contro-finale: si dà il diritto di voto agli immigrati ma poi, se quelli votano davvero, si mandano alti lai per il voto espresso. Segue la fiera delle ipocrisie, perché è evidente che gli immigrati che non potranno poi prender parte alle successive elezioni regionali hanno un interesse a votare alle primarie molto prossimo allo zero, e zero è la spesa che vogliono allora sostenere per votare. Ma siccome il voto «costa» due euro, c’è bisogno di qualcuno che paghi il conto. Con gli effetti di inquinamento che sappiamo.

La terza riflessione potrebbe riassumersi così: di cosa meravigliarsi? Senza una cultura politica conforme, senza vere strutture di partito, le primarie non diventano il luogo in cui le organizzazioni politiche si lasciano permeare dalla società civile ma il contrario: il luogo in cui le organizzazioni politiche si infeudano pezzi di società, specie dove questa risulta più debole e più condizionabile. A comporre quei pezzi non sta poi alcun interesse generale, o una reale sintesi politica, ma – almeno a livello locale – solo la compagnia dei maggiorenti del partito.

L’ultima riflessione riguarda l’ormai prossimo appuntamento campano. Sospeso a un punto regolamentare che mostra tutta l’ambiguità del percorso scelto del Pd. La direzione regionale può infatti annullarle, col consenso del sessanta per cento della direzione regionale. Ma quale partito può considerare addirittura fondative le primarie (così dice la retorica democratica), e al tempo stesso decidere a seconda dei casi se tenerle oppure no? In realtà, non si tratta di casi più o meno aleatori, ma di persone reali, e il punto è politico: i candidati in campo – in primis De Luca e Cozzolino – non stanno bene a una parte del Pd. Quanto grande o piccola si vedrà. D’altra parte, però, solo al Pd campano può riuscire di tenere o non tenere le primarie a seconda dei candidati che scendono in campo. Si temono brogli, già: ma non è questo, già di per sé, un non piccolo imbroglio?

(Il mattino 13 gennaio 2015)

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