I fatti gravi e le parole da pesare

IMMMago

Un’inchiesta come quella della Dia di Napoli sulla gestione dell’azienda ospedaliera di Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta, che ha portato in carcere o agli arresti domiciliari decine di persone, offre uno spaccato davvero inquietante del livello di penetrazione camorristica raggiunto in alcune aree della nostra regione, e non può non destare la massima preoccupazione nell’opinione pubblica, che giustamente si interroga non solo sulla ben nota pericolosità delle organizzazione criminali, ma anche sulle conseguenze di più ampia portata di una così profondo inquinamento politico e sociale. Tutti i rapporti su cui si basa un’ordinata convivenza civile – quelli di mercato, quelli politico-elettorali, quelli che legano il cittadino allo Stato e all’amministrazione pubblica – sono infatti gravemente alterati e corrotti, se la camorra riesce a controllare così pervasivamente appalti e affidamenti di lavori all’interno di una struttura pubblica.

A dirlo è lo stesso gip  Giuliana Tagliatela nella sua ordinanza, che descrive il sistema proprio in questi termini, per abbandonarsi poi a questa indignata considerazione: «Chi paga? Il cittadino della Campania, che paga le tasse, foraggia il politico che fa clientela, il camorrista che si arricchisce e l’imprenditore che droga la concorrenza. Salta il mercato dell’economia, salta la libera determinazione dell’elettore, salta il rapporto fra lo Stato e la criminalità organizzata. Salta la democrazia, al Sud più che altrove». La citazione è lunga ma andava riportata per esteso, non solo per l’efficacia della domanda retorica e per lo sfogo che ad essa si accompagna, ma perché figura senz’altro meglio in un fondo di giornale piuttosto che in un’ordinanza cautelare. E però – sia consentito dirlo – è in quest’ultima che la si legge: dunque nell’atto di un giudice, che accogliendo l’impostazione dei pm, autorizza mandati di arresto.

Ora, lungi da me il voler confondere la pagliuzza con la trave, anche se molte pagliuzze rischiano di ingolfare qualunque macchina, figuriamoci quella così delicata della giustizia. Ma sta il fatto che l’inchiesta «Croce nera» della Dia di Napoli ha certo consentito meritoriamente di scoperchiare la pentola di malaffare e corruttela in cui il clan Zagaria teneva la vita amministrativa ed economica dell’ospedale, ma ha lambito, lambito appena, alcuni di quei rapporti di cui parla il Gip nella sua ordinanza. Si dovrà indagare ancora: sicuramente e con la massima determinazione. Ma, allo stato, i personaggi che sono coinvolti non appartengono affatto alla politica che conta. O almeno: non sono coinvolti dal punto di vista penale, che è però il solo punto di vista che conta in un atto come quello firmato dal Gip. I nomi grossi – quelli che consentono ai giornali di fare i titoli – non ci sono. O per meglio dire: ci sono, ma intervengono solo nella descrizione letteraria del sistema, non in relazione a fattispecie precise per le quali siano stati raggiunti da provvedimenti della magistratura. Non è una distinzione di grana troppo sottile: eppure viene bellamente saltata. Capita così che il procuratore Colangelo debba precisare alla stampa che la tal intercettazione, in cui compare il tale nome, che magari il Gip riprende nella sua ordinanza, non contiene in verità notizie di rilievo penale, e che al suo aggiunto, Giuseppe Borrelli, venga perciò fatto di osservare che, tuttavia, ha un rilievo giornalistico, e che per questo viene messa a disposizione della stampa.

Melius abundare. Diciamolo allora un’altra volta: la gravità delle connivenze all’ombra delle quali imprenditori, clan, funzionari pubblici e notabili locali si spartivano affari è tale, da suscitare legittimamente il più grande allarme. E la politica ha sicuramente enormi responsabilità: responsabilità politiche, appunto. Ma proprio per ciò, e proprio perché l’impianto accusatorio mostra sicuramente una notevole robustezza, è lecito chiedersi perché spingersi anche più in là, dove l’inchiesta non soccorre con pari robustezza il giudizio politico o morale, e dove anzi questo non avrebbe titolo per comparire: forse perché la notizia giornalistica è la prosecuzione della notizia penale con altri mezzi? I politici, che a detta del Gip «orchestrano, nominano, revocano, danno direttive e tutto sovraintendono», compiono reati, così orchestrando nominando e revocando? Se sì, tocca alla magistratura perseguirli senza sconti. Se no, tocca all’opinione pubblica discuterne e far conoscere, e tocca poi all’elettorato giudicare ed eventualmente sanzionare. Ma senza commistione di ruoli, senza sovrapposizione di ambiti. Senza infilare qua e là questa o quella pagliuzza. Senza, insomma, che si inneschi un’altra volta il circo mediatico-giudiziario in cui inchieste e processi diventano parti di un rituale sociale, non potendosi svolgere dentro le aule giudiziarie.

(Il Mattino, 22 gennaio 2015)

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