La società politica e l’idea condivisa di bene secondo Amato

Storia

Il viaggio politico e intellettuale di Giuliano Amato attraverso le istituzioni delle democrazia – un viaggio  lungo cinquant’anni, come recita il sottotitolo del suo ultimo libro – ha conosciuto molte tappe. Nella silloge pubblicata dal Mulino, la vasta produzione saggistica dello studioso e dell’uomo politico, del giudice costituzionale e del Presidente dell’Authority sulla concorrenza viene raccolta in quattro, corposissime parti: sulla storia costituzionale italiana; sui temi di filosofia politico-giuridica connessi allo sviluppo della democrazia e all’esercizio della libertà; sui rapporti tra Stato e mercato; sulla costruzione, infine, dell’Unione Europea e sulle sue incerte prospettive. Nodi aggrovigliati ancora oggi, che non è facile sciogliere e di cui Amato riesce però a districare i molti fili che in essi si intrecciano: chi può dire infatti dove le riforme costituzionali porteranno il nostro Paese, e che non sia indispensabile una profonda conoscenza storica e sapienza giuridica per non manomettere, invece di riformare? Chi può dire che c’è oggi identità di vedute sul modo in cui le mature economie nazionali del continente debbano affrontare le sfide della globalizzazione, e l’interesse pubblico farsi presente tra gli interessi privati? Chi è in grado di tracciare la rotta dell’Unione europea, di completare il processo di costituzionalizzazione di cui Amato, uno dei protagonisti, descrive con la necessaria misura critica i faticosi passi compiuti nell’arco di molti decenni? Su tutte queste questioni, il libro offre più di una ricognizione: contiene anzi una prospettiva, ispirata al moderno costituzionalismo e arricchita da elementi della tradizione socialista e liberale, che riesce a intrecciare la politica «come dev’essere» e la politica «com’è», per dirla con i classici.

Dove però la ricerca di Amato tocca forse i punti più controversi (e più impellenti, anche), è nella discussione del lessico che permea il pensiero politico-giuridico oggi dominante. Che è un lessico ispirato interamente alla difesa e alla promozione dei diritti soggettivi di libertà: qualunque teoria – e, va da sé, qualunque prassi – che provi non si dirà a comprimerli, ma a contemperarli con la tutela di beni e valori pure scritti in Costituzione sembra non godere mai di sufficiente legittimazione, e perciò contenere una dose di illibertà, indigesta alle democrazie costituzionali moderne. La domanda che il libro pone, e in cui si raccolgono i molti dilemmi che affronta, suona più o meno così: può essere considerato un diritto inviolabile della persona, costituzionalmente protetto, l’esercizio di qualunque scelta soggettiva, con il solo limite negativo del non ledere la libertà altrui?  In fondo, la domanda non è molto dissimile da quella che poneva il polemista Pierre Bayle in età proto-illuministica: può esistere una società di atei virtuosi? Oggi tutti rispondono (per fortuna) di sì. E però la domanda si ripropone, per Amato, in questa forma: può formarsi una società politica ordinata in assenza di qualunque idea condivisa di bene? È il paradosso formulato da Erwin Boeckenfoerde che si riaffaccia: «lo stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire». Quei presupposti morali sembra cioè che ci vogliano, e però  una democrazia liberale non può, a quanto pare, inoculare sostanza etica nelle proprie leggi senza tradire i propri stessi principi.

Il libro esce nei giorni seguenti ai fatti di Parigi, che pongono nuovi interrogativi intorno non ai diritti fondamentali, e tra questi al diritto di opinione, ma intorno ai doveri che, forse, vi andrebbero connessi: le leggi debbono punire ingiurie e diffamazioni, ma che dire dell’offesa? Possono le leggi spingersi fin lì? E se le leggi non possono, senza mortificare la libertà di parola, cosa può? Il pugno che papa Francesco (per paradosso anche lui) alza se qualcuno lo offende negli affetti più cari ebbene: chi o cosa può aiutarci a tenerlo invece aperto? Oppure c’è una dimensione di doveri – morali, civili, infine giuridici – di cui ci si debba preoccupare anche in una società liberaldemocratica? Oppure la libertà non può andare disgiunta dalla responsabilità (verso sé e nei confronti degli altri)? La risposta di Amato, che rifugge dalle banali semplificazioni, non investe solo la giurisdizione costituzionale, ma anche la politica democratica. Non solo i sacerdoti del diritto ma anche gli attori storici, e anzi interroga soprattutto la capacità dei partiti politici di interpretare direzione e senso della storia, e umori profondi della società. Questa capacità è forse perduta, e lo sguardo di Amato sulla politica italiana è sufficientemente lucido e disincantato dal farcelo pensare, e però resta un’esigenza viva, che in questo libro pieno di dottrina e di intelligenza, ancora si avverte.

(in versione leggermente ridotta su Il Mattino di oggi)

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