Bettazzi e Berlinguer, prove di dialogo a distanza

animaweb-580x580-copia-580x580Due lunghe lettere soltanto, e pubbliche. Una indirizzata sulle pagine del settimanale diocesano dal vescovo di Ivrea Luigi Bettazzi al segretario del partito comunista italiano, Enrico Berlinguer, il 6 luglio 1976; l’altra, di Berlinguer a Bettazzi, apparsa su «Rinascita» nell’ottobre dell’anno successivo. Non un vero e proprio epistolario, dunque, ma due documenti quasi ufficiali, con cui «le due Chiese», quella cattolica e quella comunista, misuravano, dopo l’epocale svolta del Concilio, distanze e avvicinamenti, nella stagione politica segnata dal compromesso storico e dalla solidarietà nazionale, e conclusasi tragicamente con l’assassinio di Aldo Moro. Il libro, curato da Claudio Sardo, consente una ricostruzione puntuale di quel passaggio storico, e non rinuncia a proiettare sul presente il significato di quel dialogo: rispettoso, prudente, necessario. Nella sua lettera, monsignor Bettazzi è preoccupato soprattutto di separare l’ideologia marxista, atea e immanentista, dai movimenti storici ad essa ispirati, la cui avanzata nella società italiana aveva condotto il Pci ad un passo dall’area di governo, e con cui dunque non si poteva non aprire un confronto: lo aveva spiegato proprio Moro, parlando dei «due vincitori» delle elezioni del ’76. Berlinguer ha un’altra preoccupazione: lasciar cadere i riferimenti del vescovo ai paesi del blocco comunista, rivendicando invece la specificità della vita italiana e le scelte compiute nella costruzione della Repubblica dal suo partito, «laico e democratico, e come tale non teista, non ateista e non antiteista».

«L’inventario delle differenze tra l’ora e l’allora segnala comunque un cambio di qualità nell’esistenza umana e nelle relazioni personali e sociali»: così scrive Domenico Rosati, il cui saggio, insieme a quelli dello stesso Sardo e di Beppe Vacca accompagna la pubblicazione del carteggio. Su questo «cambio» gli autori invitano il lettore a riflettere. Sul piano storico e politico, poco rimane infatti delle azioni e reazioni che si registrarono in quei mesi, anche se è gustoso il ricordo delle parole allarmate dell’allora arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, che viveva ancora dall’altra parte del Muro ed aveva tutt’altra esperienza delle prassi, oltre che dell’ideologia, dei partiti comunisti. Quella stagione, comunque, finì, e un’altra subentrò, con l’arroccamento di Berlinguer in una proposta di alternativa democratica priva di sbocco, e l’anticomunismo strumentale e ideologico del pentapartito prima, di Berlusconi poi. Rileggere quegli anni significa però, per Sardo, sottrarre l’ultimo Berlinguer (quello della «questione morale») alla chiave antipolitica prevalsa negli anni successivi, e ricostruire il contenuto etico-politico della democrazia italiana.

Su un altro terreno, però, quel dialogo difficile può essere ancora fecondo: lo richiama Vacca, andando, ancor più che alle parole di Berlinguer, a quelle di Togliatti nel discorso di Bergamo del 1963, discorso segnato da «un mutamento radicale nella concezione del soggetto: non più lo Stato, la classe e tanto meno l’individuo, ma il genere umano». Quel mutamento è oggi comportato dalla tumultuosa affermazione delle tecnoscienze, e investe più che mai la capacità della politica di lasciarsi interrogare sul destino dell’uomo. Il titolo del libro svela così un suo senso più drammatico: ne va oggi dell’anima della sinistra, ma perché in fondo, per gli autori, ne va dell’anima intera, cioè di quale figura dell’umano il futuro imminente prepara per noi.

(Il Messaggero, 1 febbraio 2015)

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