Vincitori e vinti nella sfida per il Quirinale

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Matteo Renzi. Non ha sbagliato nulla: aveva detto che il Parlamento avrebbe eletto il Presidente alla quarta votazione, e così è stato. Aveva detto che avrebbe fatto un nome secco, e così è stato: senza subordinate, trappole, giochini. Aveva auspicato la più ampia condivisione, e il suo appello è stato accolto, nell’urna c’erano più voti di quelli che Sergio Mattarella aveva sulla carta. In più ha ricompattato il suo partito, senza pagare prezzo, e ha messo in seria difficoltà il centrodestra, anche in questo caso senza pagare prezzi. Le istituzioni ne sono uscite rafforzate, e sul Colle è andato un uomo certo rigoroso e dal pedigree indiscutibile, ma il cui profilo è fatto apposta per lasciare tutta la scena al premier. Machiavellico, voto 9.

Pierluigi Bersani. Forse i 140 parlamentari che ha riuniti prima dell’elezione hanno pesato davvero. Non erano tutti bersaniani, ovviamente. E anzi: li avesse avuti nel 2013, 140 bersaniani, forse gli sarebbe andata diversamente. Il confronto fra quella elezione e questa sarebbe però ingeneroso. Bersani e la minoranza Pd non hanno vinto neanche questa volta – c’è un vincitore solo: Renzi – ma se tra gli sconfitti ci sono Berlusconi e il Patto del Nazareno, ciò è dipeso anche dalla compattezza dimostrata dal partito. Bersani & Co. avrebbero preferito Amato, o Anna Finocchiaro, e forse per gli ex comunisti non ci saranno altre occasioni; però per questo fine settimana si torna a casa senza dover maledire il fiorentino, e con una soddisfazione in più. Dignitoso, voto 7.

Matteo Salvini ha scelto da tempo la linea dell’opposizione di sistema. Quindi niente conciliaboli, niente alleanze, nessun nome quirinabile: un candidato di bandiera (Feltri) e avanti tutta. Che il Presidente se lo facciano gli altri, insomma. In questo modo Salvini non ha certo perso. Sta di fatto però che la Lega rimane in quella parte di campo – il centrodestra – dove le contraddizioni invece di diminuire sono aumentate. Se il Cavaliere non si riprenderà, forse l’aspirazione di Salvini di soffiare la leadership a Forza Italia si farà più concreta. Per ora deve accontentarsi delle comparsate in tv: meglio dunque che l’elezione sia finita subito, ché sul tema non aveva molto da dire. Furbo, voto 7.

Raffaele Fitto. Con la sua linea di opposizione al Patto del Nazareno ha avuto ragione: sul Quirinale il Patto non ha funzionato. Ma i voti di Fitto, che hanno probabilmente spaccato Forza Italia, sarebbero tornati utili se non fosse saltato solo il Patto, ma se fosse saltato anche il candidato di Renzi: nella mischia, e con qualche turno di votazione in più, il suo pacchetto di consensi sarebbe servito. Così invece no, per la favoleggiata intesa pugliese con D’Alema non ci sono stati spazi di manovra, e la battaglia interna è ancora tutta da fare. D’altronde, se Renzi continua a non sbagliare, è ancora sul Cavaliere che proverà ad appoggiarsi, tanto più adesso che è politicamente indebolito. Risentito, voto 6.

Nichi Vendola. Senza infamia e senza lode. E il giudizio potrebbe finire lì, se non fosse per l’illusione, che pare alimentare tra i suoi, che sia possibile in qualche modo condizionare la linea politica del governo, sulla base dei voti dati a Mattarella. E invece quei voti non sono stati determinanti, e della retorica vaporosa di Vendola né Renzi né Mattarella avranno davvero bisogno. Ma il candidato non gli dispiace, e si può dire che il Patto del Nazareno è incrinato anche se, qualunque cosa dica Vendola, il merito di averlo incrinato non è certo suo, ma casomai di quello che l’ha sottoscritto. Velleitario, voto 5.

Angelino Alfano. Tra i sopravvissuti. Votiamo Mattarella però Renzi ha sbagliato metodo, ha detto facendo il broncio. A giudicare però dai consensi raccolti da Mattarella, Renzi non ha sbagliato nulla, ed è Alfano a sbagliare valutazione. In più, è apparso incerto, condizionabile, e nella stretta finale ha perso pezzi. Sacconi si è dimesso, Saltamartini pure, e tutto l’area popolare è andata in sofferenza. È entrato in partita forte (si fa per dire) di un asse col Cavaliere: l’asse si è spezzato, e Alfano ha solo cercato di afferrare la ciambella di salvataggio lanciatagli all’ultimo minuto. Ondivago, voto 5.

Silvio Berlusconi. C’è rimasto di sasso, prendendo una sventola dopo l’altra. Ha votato l’Italicum, credendo di poter stare con ciò dentro la partita del Quirinale. E invece, appena il gioco si è fatto duro, Renzi il duro  ha cominciato a giocare, e lui è sparito di scena. Ha subito il nome, ha subito le critiche della minoranza interna, ha subito la mezza sconfessione di Alfano – che alla fine Mattarella l’ha votato – e ha subito pure il risultato finale, abbondantemente sopra il quorum. Questa volta, la scheda messa nell’urna è bianca come una resa. Rimane in campo solo perché è interesse di Renzi che ci rimanga, ma è tramortito: voto 4.

Beppe Grillo. I 5 stelle non sono mai stati in partita: sai la novità. Pareva però all’inizio che, rinunciando alle «quirinarie» aperte e proponendo al popolo della Rete una rosa di candidati, Grillo volesse almeno cercare di sparigliare i giochi, mettendo in difficoltà il Pd con i nomi di Prodi e di Bersani (a proposito: ma Rodotà dov’era?), e ventilando la possibilità di cambiare schema dopo le prime tre votazioni. E invece nulla è stato tentato, nulla è stato fatto. Alla fine, il risultato che portano a casa è l’ennesima emorragia di deputati e senatori. In più al Colle va un uomo che, per integrità morale e biografia personale, si presta poco alle polemiche sulla Casta: difficile, insomma, che a Grillo andasse peggio. Ridicolo, voto 4.

(Il Mattino, 1 febbraio 2015)

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