La guerra dei nervi

Acquisizione a schermo intero 04022015 184207.bmpProbabilmente il video diffuso ieri con le immagine dell’esecuzione del pilota giordano Muadh al-Kasasibah, arso vivo dai miliziani dell’Isis, è un falso. La Giordania aveva chiesto prove certe che il suo pilota fosse ancora in vita, prima di accedere allo scambio di prigionieri proposto dai miliziani dello Stato islamico, ma quelle prove non sono mai arrivate, forse perché Muadh al-Kasasibah era già morto. È stato invece diffuso un video, ancora una volta girato e confezionato a regola d’arte, in cui si mostra l’uomo, chiuso dentro una nera gabbia metallica, alla quale viene dato fuoco. La ripresa mostra poi un corpo avvolto dalle fiamme, il fumo che si alza, le mani portate a coprire il capo, la morte. L’autenticità della scena è dubbia: prima che le fiamme lo investono, l’uomo non fa alcun tentativo per riparare in un angolo; dopo che le fiamme lo hanno investito, l’uomo riesce a rimanere a lungo in piedi, senza compiere alcun gesto frenetico o scomposto; quando infine si piega, non cade a terra ma rimane in ginocchio, e nelle braccia conserva ancora la forza per appoggiarsi alle sbarre e per tenere quasi le mani giunte, mentre china la testa, in una posizione che sembra di implorazione. Una scena terribile e atroce, ma, nella sua atrocità, esteticamente rigorosa, precisa, perfetta. Sia nelle inquadrature che nelle posture. Se il filmato è falso, è studiato; ma, se è studiato, è ancor più significativo della guerra psicologica e mediatica che l’Isis intende condurre e sta conducendo. Sui due aggettivi, però – psicologica e mediatica – bisogna intendersi.

Il filmato vale anzitutto come una dichiarazione: questa è la fine orrenda che fanno i nostri nemici. Vale poi come una sfida all’Occidente: noi siamo in grado di dare la morte con una crudeltà e una spietatezza di cui solo noi siamo capaci. Vale, infine, come una rivelazione ‘filosofica’: la dittatura contemporanea delle immagini comporta un obbligo di visibilità, ma il massimamente visibile, ciò che in ogni immagine vi è di più forte ed è in grado di imporsi fino all’insostenibilità e all’inconcepibilità è la morte. Noi siamo dunque i più forti, perché siamo in grado di insediarci con la massima intensità possibile nello spazio mediatico del visibile.

Se questa è la tesi, allora non si tratta semplicemente di spaventare, di incutere timore: da questo punto di vista, il video non è più agghiacciante delle decapitazioni, o più impietoso del ragazzino che spara un colpo di pistola alla nuca dei prigionieri. C’entra dunque la fragile psicologia di noi «buoni europei» – disabituati alle atrocità della guerra e perciò, agli occhi dei terroristi, deboli e battibili – ma c’entra, ancor prima, la volontà di occupare il più saldo supporto su cui cresce oggi e si forma la nostra psiche: una volta era la carta, una volta le anime erano fatte dalla carta, e dalle parole scritte sulla carta e custodite nell’intimità della coscienza; oggi invece sono sempre più gli schermi e le reti immateriali che costruiscono lo spazio della comunicazione e dei media, le estrusioni lisce e traslucide in cui siamo con sempre maggiore forza spinti, sempre più irretiti.

Che fare? Nec ridere, nec lugere, sed intelligere. Si tratta di capire. Più in alto dell’immagine sta il concetto, anche se il concetto – e il concetto che l’Occidente ha anzitutto di sé – è un po’ ammaccato. Ma capire si deve. E ritrovare il bandolo della politica. Dall’inizio della guerra siriana ad oggi, la priorità dell’Occidente, in mezzo ai molti errori, è cambiata: non più la caduta del regime baathista di Bashar Al Assad, ma il contenimento dell’ISIS, che è riuscito a saldare l’opposizione al regime di Damasco con la guerra civile in Iraq, il jihadismo globale e i foreign fighters occidentali. È, questa, una priorità strategica, sia per la violenta carica ideologico-religiosa dello Stato islamico, che rappresenta di per sé una minaccia, sia perché la dissoluzione delle entità statali in un’ampia fascia mediorientale costituisce un potenziale di instabilità veramente esplosivo. I mezzi da impiegare – sia di intelligence che militari – siano proporzionali al pericolo. Ma senza una politica vera, senza una capacità di reale interlocuzione con le potenze della regione, quei mezzi non basteranno. E non farà differenza se le immagini che vedremo saranno vere o false: saremmo comunque lontane dal capirle e, quindi, dal contrastarle.

(Il Mattino, 4 febbraio 2015)

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