Una farsa inaccettabile

ImmagineC’è una città, una regione, una nazione al mondo, dove una tornata elettorale sia stata indetta e poi rinviata non una, non due, non tre ma quattro volte: di mese in mese, di settimana in settimana? Non c’è ancora, ma a quanto pare ci sarà tra poco, non appena la direzione regionale del partito democratico campano si riunirà per spostare un’altra volta – la quarta, per l’appunto – la fatidica data delle primarie. Ufficialmente, il nuovo rinvio sembra rendersi necessario per consentire a Gennaro Migliore, l’ultimo arrivato, di fare anche lui un po’ di campagna elettorale, come i suoi avversari già allineati dall’autunno scorso ai nastri di partenza. Ma in realtà nessuno – non la Provvidenza né il destino né il caso – hanno impedito a Migliore di scendere prima in lizza. Che cosa, dunque? Nulla, se non la necessità di inventarsi qualcosa che allontani la competizione. La quale prevederebbe regole certe per presentare le candidature, e una data certa per lo svolgimento del voto. E nient’altro. E invece qui si tira fuori di tutto e di più, pur di non arrendersi alla fisiologia del processo elettorale. Tutti sostengono che le primarie napoletane del 2011 furono inficiate da brogli, anche se una ricostruzione attendibile di quel che accadde ancora non c’è. Come che sia, di certo nessuno sospettava allora che si sarebbe potuto fare anche peggio. Questa volta infatti sono i vertici stessi del partito ad alterare sotto gli occhi di tutti il normale andamento della sfida, ancor prima che essa venga svolgendosi, con una incertezza circa l’esito ultimo di questo processo che rende incomprensibile agli occhi dei più l’intera partita in gioco.

Una simile condotta ha in realtà non una ma due cause. La prima è arcinota: è l’insoddisfazione di pezzi della dirigenza dem nei confronti dei candidati più accreditati alla vittoria finale, il sindaco De Luca e l’europarlamentare Andrea Cozzolino. Pezzi da novanta: ma la paura, per l’appunto, fa novanta. L’insoddisfazione non è dovuta infatti al timore che con l’uno o con l’altro non si vinca, perché anzi i sondaggi danno sia l’uno che l’altro in vantaggio su Caldoro, ma alla volontà pura e semplice di rottamarli. Questa volontà, peraltro, preesiste alla condanna di primo grado che nel frattempo è stata inflitta a De Luca: la quale dunque è solo un pretesto, non un motivo reale per ritardare ancora la competizione. Il paradosso è che il padre di ogni rottamazione – cioè Renzi, a cui si attribuisce più o meno abusivamente un niet nei confronti dei due principali contendenti – Renzi, dicevo, le primarie a suo tempo le ha volute eccome: prima perdendole, poi vincendole. Senza quella vittoria non starebbe dov’è, con la legittimazione che ne ha tratto. Renzi è passato cioè per il voto, non per il rinvio del voto. Qui invece si vuole fare la rottamazione senza fare le primarie. Deve insomma essersi costituito una sorta di cerchio magico anche in Campania, che lavora in questa direzione: il guaio è che il cerchio non ha nessuno intorno a cui ruotare. Manca cioè il nome del salvatore, e così non resta che prendere tempo.

Ma c’è poi una seconda causa di tutto questo ritardare, rinviare, procrastinare. Ed è la scarsa o nulla considerazione in cui evidentemente il Pd campano tiene il giudizio dell’opinione pubblica. Cercatelo, un cittadino, un elettore, un simpatizzante democratico che si complimenti per il modo in cui il Pd sta procedendo: non lo troverete. Cercate un commentatore, un analista, un osservatore – un saggio, un libro, un articolo di giornale – in cui possa trovare apprezzamento una simile maniera di tenere elezioni primarie: non troverete neanche questo. È un altro paradosso: il Pd ha deciso di affidarsi alle primarie per aprirsi alla società, ampliare la partecipazione, rinnovare la sua vita interna, ma tutto quello che sta facendo lo allontana sempre più dalla società al cui giudizio vorrebbe sottoporsi. Come se i peggiori vizi della vecchia politica fossero talmente radicati, da non soffrire più neppure del fatto che, con le primarie gestite a questo modo, quei vizi non li si spazza certo via, ma ci si limita solo a mostrarli in pubblico. Davvero: ci vuole una buona dose di impudenza, per pensare a un nuovo rinvio.

(Il Mattino, 11 febbraio 2015)

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