Il voto resta l’unica via d’uscita

Il Mattino, 15 febbraio 2015

A una settimana dalle primarie, le primarie sono l’unica cosa che il Pd possa fare, per chiudere una faccenda che in ogni altro ipotesi si risolverebbe in un vulnus alla democrazia. Non quella politica generale, per fortuna, ma quella interna ai partiti, che non è poi tanto poco importante. Se le cose andassero diversamente, forse non saremmo al circo equestre – come va dicendo Vincenzo De Luca, in evidente difficoltà per via della condanna in primo grado che gli impedisce non di candidarsi, ma di entrare in carica qualora le primarie le vincesse – ma sicuramente ci troveremmo di fronte ad una vicenda quasi farsesca. Degna di finire in qualche manuale sulla cattiva politica, se qualcuno vorrà scriverne uno.

E però, nonostante ormai non si possa fare altrimenti, politicamente parlando, è evidente che la linearità e la chiarezza, auspicabili almeno in questi ultimi giorni che precedono l’appuntamento elettorale, non appartengono ancora al Pd campano. Che pure in queste ore, mentre si allestiscono seggi e si stampano schede, non rinuncia a tentare altre carte pur di annullare l’appuntamento del 22 febbraio prossimo. L’ultimo nome fatto circolare è quello di Raffaele Cantone. Nome autorevolissimo, per carità: ma pescato come un jolly che qualcuno vorrebbe buttare sul tavolo pur di non giocare la partita. Di Cantone non si ricordano quasi più le innumerevoli smentite, rilasciate per mesi interi, ogni volta che un giornalista gli porgeva il microfono per chiedergli se se la sentisse di scendere in lizza. Prima di andare a presiedere l’autorità nazionale e dopo, Cantone, invero, non se l’è mai sentita: non ad ottobre, non a novembre, non a dicembre o a gennaio. Eppure, a febbraio qualche dirigente democrat ci ha provato e ci prova ancora. Cantone declina e conferma la sua serietà, per fortuna sua, nostra e del governo, che lo ha scelto per un compito di primissimo piano e di grande delicatezza, e certo non apprezzerebbe un ricollocamento a distanza di pochi mesi. Ma la stessa serietà è difficile trovarla nei comportamenti di quei dirigenti piddini che a lui sono tornati nuovamente a rivolgersi.
Tramonta Cantone, così come è tramontato velocissimamente l’astro di Nicolais e ancor prima quello di Orlando (che in verità non ci ha mai pensato, mentre attorno a lui altri ci pensavano). In tutto questo affannarsi, il timore di spaccature insanabili nel Pd non c’entra. E non lo diciamo perché siamo chissà quanto convinti dello strumento, ma per la buona ragione che il Pd è già profondamente spaccato: altrimenti tutta questa pantomima non sarebbe andata in scena. Le primarie, d’altra parte, si fanno proprio per contrapporre l’una all’altra due o più candidature: la contrapposizione è cioè prevista e però anche regolata. Non tenere le primarie significa invece costruire un’altra contrapposizione: tra i candidati che le primarie le vogliono fare e il partito che non le vuole fare. Con la non piccola differenza che questa diversa, strisciante contrapposizione è molto più opaca e sicuramente molto meno democratica.
Non c’entra neppure la paura di imbrogli. E anche in questo caso non lo diciamo perché siamo certi che non ci sarà un solo voto farlocco, ma perché annullare le primarie sette giorni prima della data stabilita sarebbe di fatto un imbroglio ancora più grande. Un partito sano, avvertito del rischio, non annaspa, procrastina e poi magari annulla, ma si attrezza per tempo, si struttura e si organizza in modo da assicurare il regolare svolgimento del voto. Non c’è altro da fare, di qui a domenica.
Dopo domenica, invece, qualche primo bilancio si potrà pur tirarlo. Vinca Migliore, vinca Cozzolino o vinca De Luca (se si ostina a correre ugualmente), sarà il momento di chiedersi cosa è stato il centrosinistra campano da quando Antonio Bassolino ha lasciato il campo. Non è una domanda facile, e soprattutto non sarà una risposta indolore, per il Pd. È un fatto, che peraltro si può riconoscere fin d’ora, che l’ampia ala del rinnovamento non ha saputo distendersi in Campania e levarsi in volo. Cinque anni all’opposizione non hanno innescato un vero processo di ricostruzione dell’offerta politica. Per colpa di chi? Della resistenza del vecchio o dell’inconsistenza del nuovo? Temo molto più la seconda cosa che la prima. Il vecchio ha tutto il diritto di resistere, il nuovo perde invece ogni diritto, se è inconsistente. Proprio le peripezie di queste settimane lo dimostrano: le primarie, vessillo del nuovo, sono state gestite nel più logoro dei modi, per l’incapacità di trovare interpreti che sapessero impugnarle come la propria bandiera.
D’altronde, basta rifletterci su: se i nomi che si ritengono, a torto o a ragione, migliori e più credibili devono la loro credibilità proprio alla distanza che hanno mantenuto dalle vicende campane, e se vengono presi in considerazione solo nell’ipotesi di un superamento della situazione come si è data finora, non vuol forse dire che sono gli stessi dirigenti democrat a condannare il Pd che c’è, in nome di quello che vorrebbero ci fosse?

(Il Mattino, edizione napoletana, 15 febbraio 2015)

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