Gli scritti di Togliatti e il lento revisionismo del Pci

downloadLe ragioni per leggere Togliatti oggi non mancano. Il volume curato da Michele Ciliberto e Giuseppe Vacca per la collana  «Il pensiero occidentale» lo dimostra. In verità Togliatti, che pure fu uomo di vaste letture,  non fu certo un filosofo, ma un capo politico, e, anzi, per un indirizzo di pensiero puramente speculativo non aveva alcun vero interesse. Il suo stile di leadership – come spiegano ene i curatori, nella introduzione generale al volume – era però fondato proprio «sull’esercizio della direzione intellettuale». Una direzione robusta, come dimostrano ad esempio gli appunti su Croce, qui pubblicati: la riforma crociana della dialettica hegeliana – annotava il Migliore dopo la morte del filosofo – a confronto dell’hegelismo è una «castrazione». Filosoficamente parlando, si tratta di un giudizio ben fondato, come lo è il giudizio sul sistema crociano dei distinti: piccola cosa, a confronto dell’«opera colossale» di Hegel.

Ma è il peso complessivo avuto da Togliatti nella cultura italiana del ‘900 ad essere attestato dal volume. E attraverso la sua biografia intellettuale – in questi termini è costruita la raccolta – si getta uno squarcio di luce profondo sulla vicenda non solo politica del nostro Paese, e se ne comprendono nodi essenziali. In particolare, hanno qui grande rilievo gli scritti sul fascismo, apprezzati anche da De Felice, e quelli dell’immediato dopoguerra: per Togliatti, gli anni in cui doveva nascere di una democrazia «di tipo nuovo» e, quindi, delinearsi la «via italiana al socialismo». Risultano invece assai meno rappresentati gli anni del Comintern: non per un goffo tentativo di ridimensionare il ruolo del dirigente comunista internazionale, ma per la buona ragione che la vera impresa politica e intellettuale di Togliatti sta altrove, nel tentativo di innestare il partito nuovo, che nasceva nell’Italia divisa del dopoguerra, dentro la storia d’Italia.

Nell’opera costituente, questo innesto si può dire riuscito. Può dirsi anche che fu, nel lungo periodo, la forma in cui il Pci praticò il suo lento «revisionismo». Il volume raccoglie comunque materiale sufficiente per comprendere la trama ideologica con cui i comunisti vi parteciparono; per ricondurvi anche l’«operazione Gramsci», compiuta nel secondo dopoguerra con la pubblicazione delle carte del pensatore sardo; per vedervi infine all’opera la concezione realistica e storicistica della politica togliattiana: senza edulcorazioni, senza scolasticismi, senza tinte agiografiche.

Ma è forse in poche paginette, pubblicate sul finire del ’52, che si trova la ragione più attuale di un confronto con la cultura politica di Togliatti e del comunismo italiano. Siamo nel pieno della battaglia contro la legge maggioritaria (la «legge truffa») e Togliatti la bolla come «la più grande assurdità antidemocratica e antiliberale […] inventata da un cervello rinsecchito». Ma non è certo per ricevere da Togliatti lezioni di democrazia o di liberalismo che val la pena richiamare questo giudizio, quanto per conoscerne le motivazioni. Servirsi di un uno per cento di maggioranza per far scattare il premio significava, secondo il segretario del Pci, far calare una saracinesca fra le due parti del Paese, e vedere consolidarsi un blocco clericale, conservatore e reazionario. Questa critica di fatto prevalse e, dopo il ’53, democrazia, parlamentarismo e proporzionalismo si saldarono l’uno con l’altro. Ma la premessa era appunto la profonda spaccatura ideologica e di classe del Paese, e l’idea che il sistema maggioritario avrebbe finito col perpetuarla. È allora il caso di chiedersi se lo stesso realismo di Togliatti non imponga, venuta ormai meno quella premessa, di riconsiderare il senso della riforma costituzionale ed elettorale oggi intrapresa. Era, insomma, un’altra Italia; ma conoscerla aiuta forse a capire anche l’Italia di oggi.

(Il Messaggero, 25 febbraio 2015)

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