Grillo, la svolta verso i delusi della sinistra

due pennuti

L’elezione del Presidente della Repubblica ha avuto, tra gli altri effetti, quello di spingere le forze politiche italiane a riposizionarsi. Rispetto all’ultima stagione più o meno emergenziale di Napolitano – il governo Monti, il governo Letta, i primi mesi di Renzi – la nuova fase è segnata da una maggiore stabilità. Le scadenze politiche e istituzionali più impegnative sono infatti alle spalle: manca, è vero, l’appuntamento con il voto delle regioni, ma da quel voto (di prevalente marca amministrativa) è difficile attendersi novità dirompenti, comunque vadano le cose nelle due regioni più in bilico, la Campania e il Veneto. Superata la prova del Colle, Matteo Renzi promette dunque di durare. Sembra averne non solo l’intenzione, ma anche l’interesse.

Di rimbalzo, all’opposizione tocca organizzarsi, di qui in avanti, per i tempi lunghi della legislatura. Ieri Beppe Grillo ha preso atto che nel Parlamento, che voleva aprire come una scatoletta di tonno, deve rimanerci dentro a lungo. Nel frattempo, a destra, a far la voce grossa in piazza è sceso anche Salvini. Con la crisi economica e le difficoltà con l’Unione europea di paesi come l’Italia, i temi federalisti e secessionisti della Lega rischiavano di apparire infatti incomprensibili. Salvini ha spostato di conseguenza il focus della polemica politica. Essendosi chiamata fuori per tempo da responsabilità di governo, ha deciso di mettersi su un altro cammino: raccogliere intorno a sé tutti i malcontenti, le frustrazioni e i risentimenti comportati dai vincoli europei, dalle politiche di bilancio, dalle riforme strutturali, dalla moneta unica, e dare ad essi una forte impronta populista e nazionalista, contando anche sul fatto che nel frattempo si è resa sempre meno percepibile la proposta politica di Forza Italia. Berlusconi non sa ancora dove andare: se sulla sponda moderata, insieme con Alfano e il popolarismo europeo, oppure su quella radicale che Salvini oggi capeggia con disinvoltura. Le contraddizioni che il Cavaliere del buon tempo andato poteva bellamente ignorare – saldando tutto insieme nei contenitori volta a volta inventati allo scopo (il Polo del Buongoverno, la Casa delle libertà, il Popolo della Libertà) – ora che è debole e periclitante gli sottraggono spazio politico. I due o tre ingredienti di cui era fatto il centrodestra italiano stanno ormai in pezzi separati: il moderatismo con Alfano, il populismo con Salvini, il liberismo con quel che resta di Forza Italia. E quello che sotto la felpa gonfia di più il petto, Salvini, tende a oscurare gli altri due.

E tende a oscurare pure Grillo, la cui vena polemica, anti-casta, anti-ladri, anti-politica, anti-Bruxelles, anti-immigrati, rischia di non avere uno sbocco proprio, ben distinto e riconoscibile. Il numero di vaffa che Matteo Salvini è pronto a dire, infatti, supera ormai quello di cui dispone il primo inventore del Vaffa Day.

Così Grillo ha cominciato a cercare uno spazio politico più definito alla sinistra del governo, provando a egemonizzare quel che rimane fuori o è marginalizzato dalla narrazione renziana: Sel, la minoranza Pd, la sinistra radicale. Al Corriere della Sera ha affidato la sua proposta. Due punti, considerati strategici: il referendum sull’euro e il reddito di cittadinanza. Il primo punto accomuna le forze populiste e sovraniste in giro per il continente; il secondo qualifica a sinistra l’opposizione a Cinque Stelle. Grillo chiama in realtà reddito di cittadinanza una cosa che somiglia piuttosto a un reddito minimo garantito (limitato nel tempo e subordinato alla disponibilità ad inserirsi nel tessuto lavorativo), ma l’intenzione è chiara: fare a sinistra quel che con gli esodati e la critica alla riforma Fornero fa a destra Salvini. Sul piano parlamentare, Grillo cerca poi di ampliare le crepe nel Pd. Dialogare sulla riforma della Rai serve a quello.

Ma la novità non è nei contenuti, bensì nella musica che con quei contenuti Grillo prova a suonare. L’indignazione morale contro sprechi e corruzione, privilegi e abusi, rimane il basso continuo, ma si aggiunge un’altra nota. Il Movimento Cinque Stelle sta dalla parte dei poveri, non solo degli onesti. La povertà, dice Grillo al Corriere, è una malattia e non una colpa. La preoccupazione sociale, così, si sposta: ai piccoli proprietari, piccoli imprenditori, piccoli artigiani, si aggiunge un più generico sfondo di emarginazione, disoccupazione ed esclusione sociale. E Grillo prova così a giocare da sinistra la carta populista della contrapposizione all’Europa dei banchieri, ma anche ai grandi interessi industriali e al jobs act, scommettendo sul fatto che lungo questa strada troverà qualche alleato in più, e che intanto le riforme di Renzi produrranno più scontenti che contenti.

Il populismo, peraltro, non è detto che sia una cattiva parola: lo diventa, però, se il riformismo al governo dà buoni frutti. E questa è, in effetti, la sfida: hic Rhodus, hic salta.

(Il Mattino, 5 marzo 2015)

 

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