La giusta misura delle parole

6155491802_99fd05d9ec_zLa nuova legge sulla responsabilità civile dei giudici, attesa da molti anni e finalmente approvata dal Parlamento, ha ispirato alcune delle parole che il presidente della Repubblica ha rivolto ai magistrati in tirocinio, ricevuti ieri al Quirinale alla presenza del ministro della giustizia Orlando, che quella riforma ha fortemente voluto. Parole pacate e piene di misura, prive di toni polemici, estranee ad allarmi e preoccupazioni ingiustificate, che pure si sono ascoltate da parte della magistratura organizzata ma che il Capo dello Stato non ha ritenuto evidentemente di accogliere. Ai magistrati è affidato un compito difficile, ha detto infatti Mattarella: si tratta di assicurare «l’osservanza della legalità democratica», ma anche «il rispetto dei diritti e delle libertà individuali». Di questo rispetto fa parte la possibilità, per il cittadino che avesse patito un danno ingiusto, di rivolgersi allo Stato per essere risarcito. La nuova legge prevede infatti che sia lo Stato a rivalersi sul magistrato: non include dunque la possibilità di un’azione diretta, ma amplia indubbiamente le possibilità di ricorso da parte dei cittadini, ed elimina il filtro preliminare di ammissibilità che, di fatto, vanificava gran parte delle azioni risarcitorie. Mattarella ha parlato perciò di una disciplina fattasi «più stringente», perché comprende anche, tra i motivi rilevanti ai fini della responsabilità civile dei magistrati, la colpa grave in caso di violazione manifesta della legge o di travisamento del fatto e delle prove.

C’è il rischio che i magistrati si sentano intimiditi e che rinuncino a fare giustizia per non esporsi a misure ritorsive? C’è da temere, insomma, per la serenità del loro lavoro? Forse tanto quanto vi è da temere per la tranquillità di un medico tutte le volte che entra in una sala operatoria, essendo anch’egli sempre esposto (anzi: ancor più direttamente esposto) ad azioni legali da parte del paziente stesso o dei suoi familiari. Per l’uno e per l’altro valgono infatti le doti richiamate ieri dal Presidente: «professionalità, dedizione, credibilità, autorevolezza, senso di responsabilità». In possesso di queste doti, non c’è magistrato (come non c’è medico) che devierà dal proprio dovere e dalle proprie convinzioni – «sempre aperte al dubbio», ha sottolineato Mattarella – per non cacciarsi nei guai, o per tema di rivalsa, o per paura di contenziosi o per qualunque altra ragione. D’altra parte, come non rilevare che la riforma affida ad altri magistrati il vaglio dell’azione eventualmente intentata per malagiustizia? Come non pensare, allora, e come può l’Anm non pensare che la responsabilità civile dei magistrati è in buone mani, perché, dopo tutto, sono pure quelle mani di magistrati? Anche l’autonomia e l’indipendenza sono così «pienamente» tutelate, come ha ribadito ieri il Capo dello Stato, richiamandosi ai valori costituzionali.

Ma Mattarella ha poi aggiunto anche un’altra considerazione, preziosa e abbastanza inconsueta, di cui non sempre si sono scorte tracce nei comportamenti e nei giudizi resi nella discussione sulla riforma della responsabilità civile. Il potere di cui dispone un magistrato è un potere «penetrante». Penetrante significa, traduciamo così, che una vita intera può essere rovinata da una disavventura processuale. Non è allora indispensabile connettere una responsabilità concreta ed effettiva all’esercizio di questo potere? Ad un tale potere, ha continuato perciò il presidente della Repubblica, deve «sapersi accompagnare, a bilanciamento, l’umiltà, vale a dire la costante attenzione alle conseguenze del proprio agire professionale». La nuova disciplina prova a introdurre non l’umiltà, che è una dote morale, ma almeno un minimo di bilanciamento: non si può dire infatti che la precedente legge Vassalli lo prevedesse, a giudicare dal limitatissimo numero di casi in cui un risarcimento è stato effettivamente comminato.

Tutto questo non basta ancora a giudicare gli effetti della nuova normativa: ma quelli non possono evidentemente essere giudicati prima che essa entri in vigore. Mattarella ha perciò citato con approvazione la precisazione del ministro della Giustizia nell’aula del Parlamento: «andranno attentamente valutati gli effetti concreti dell’applicazione della nuova legge». Questa valutazione è indispensabile, data la delicatezza delle funzioni affidate alla magistratura. Ma è in generale un principio che appartiene alla scienza e alla tecnica della legislazione, tanto più importante quanto più rilevante è la materia da valutare. Un principio, affidandosi al quale si priva la riforma di quegli elementi ideologici che in maniera del tutto impropria gli sono stati attribuiti nel fuoco delle polemiche che ne hanno proceduto l’approvazione, quasi che si trattasse di impartire una lezione ai magistrati o di dare un segnale politico. L’unico segnale che si tratta di dare è verso i cittadini, nella difesa delle loro libertà e dei loro diritti, contro ogni genere di abuso. E non c’è stata parola, usata ieri dal Presidente Mattarella, che non servisse a questo scopo. Con pacatezza, certo, ma anche con la giusta fermezza.

(Il Mattino, 10 marzo 2015)

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