La scelta del sindaco che divide la sinistra

votoAll’indomani delle primarie, il Pd ha in Campania un candidato Presidente, Vincenzo De Luca, ma non ha, stando almeno alle intenzioni espresse, un bel po’ dei voti raccolti alle europee un anno fa. È una situazione in cui il Pd non si era ancora trovato: accusare un calo consistente di consensi, e avere nel suo candidato Presidente non più un punto di forza, ma un punto interrogativo. Naturalmente, il sondaggio che al Pd deve procurare qualche supplemento di riflessione fotografa una situazione ancora in movimento. E in tempi di alta volatilità del voto, nessun numero può ritenersi acquisito. La fotografia, per giunta, è scattata ad una considerevole distanza dal traguardo, fissato a fine maggio, e non può quindi includere alcuni elementi della sfida elettorale ancora in corso di definizione. Resta però il fatto che il Pd si trova per la prima volta a dover recuperare il terreno perduto – cosa, da Renzi in poi, mai capitata – e che il Sindaco di Salerno non riesce a trasferire la sua popolarità in percentuali più lusinghiere di quelle della coalizione che lo sostiene. Nel 2010, quando De Luca perse, ottenne comunque un risultato personale di tutto rispetto, finendo quasi cinque punti sopra la sua coalizione. Stavolta quell’effetto-leader non è visibile: coalizione e candidato presidente sono quasi appaiati.

È un problema che De Luca per primo sa di dover affrontare. Chi infatti conosce la storia dell’istituto che il partito democratico ha introdotto in Italia, mutuandolo dall’esperienza americana, sa che la prima e principale conseguenza delle competizioni primarie consiste nello spostamento del peso politico dal partito al candidato: si indebolisce il primo, si rafforza il secondo. Conta dunque, per il Pd, la capacità di ricostruire attorno al vincitore del primo marzo unità di intenti e di liste, dopo le inevitabili divisioni della campagna elettorale (e l’appello al non voto di Saviano, e i polemici addii di alcuni parlamentari, e i tentativi disordinati di evitare la competizione), ma conta anche di più la fisionomia del candidato prescelto. Il quale non ha un problema soltanto: ne ha due. Il primo problema è rappresentato, come tutti sanno, dalla condanna in primo grado che, per effetto della Severino, gli impedirà, salvo ricorsi o sospensive o pronunce di incostituzionalità, di andare ad occupare il posto di Presidente di Regione, in caso di vittoria. De Luca, ovviamente, non lascia trapelare la minima esitazione: se ha corso le primarie, è per correre anche dopo, contro Caldoro, e quindi ripete come un mantra che lui non ha alcun problema con la legge, e che il Tar metterà le cose a posto un minuto dopo il voto. Ma rimane il fatto che una porzione almeno dell’elettorato di centrosinistra (fuori dalla cinta muraria salernitana) continua a nutrire forti perplessità: vuoi per il complesso profilo giuridico della vicenda, vuoi per un atteggiamento legalitario, e cioè per l’indisponibilità a «fregarsene della legge», come dice De Luca, sbagliata o no che la legge sia. La domanda sull’opportunità della candidatura di De Luca spacca infatti l’elettorato di centrosinistra in due metà quasi eguali.

C’è poi il secondo problema, che non è ancora esploso ma che comunque rischia di creare a De Luca qualche inciampo, se non troverà la soluzione. Lui infatti tira dritto: ma il Pd? Anzi, più precisamente: Matteo Renzi? Renzi darà una mano? Metterà le cose per il giusto verso anche qui? Perché non sarebbe per De Luca auspicabile portare da solo tutto il peso della campagna elettorale, che andrà anzi crescendo col passare dei giorni, e difficilmente si schioderà dal problema rappresentato dalla Severino. Cosa farà allora Renzi? Potrà accontentarsi di girare alla larga da Napoli? Al voto di maggio mancano circa ottanta giorni: Renzi pensa di fare il giro d’Italia in ottanta giorni senza passare per la Campania? Si possono prendere alcune contromisure: il voto regionale è un voto amministrativo, più che politico, quindi – si può dire – Renzi non c’entra; De Luca, poi, mostra una capacità di attrazione su pezzi dell’elettorato moderato che può compensare quello che forse, per via della condanna, non riuscirà a raccogliere alla sinistra del Pd. Ma la latitanza di Renzi dalla sfida nella più importante regione meridionale difficilmente passerebbe inosservata. Una simile condotta imbarazzata non priverebbe solo De Luca della popolarità del leader nazionale, ma rischierebbe di rafforzare, invece di dissipare, i dubbi dell’elettorato sulla sua candidatura.

Proprio quello che De Luca, forse, non si può permettere. A due mesi dal voto, e soprattutto tre punti percentuali dietro Caldoro.

(Il Mattino, 14 marzo 2015)

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