«Dalle periferie al centro, la sfida della fratellanza nel nome della solidarietà»

20150321_090457Qualche giorno fa, Papa Francesco ha spiegato che «la realtà si vede meglio dalla periferia che dal centro». Oggi il Pontefice è a Napoli, e comincia la sua visita dalla periferia della città, dalle vele di Scampia. Dopo la visita al santuario di Pompei, è lì infatti che Jorge Mario Bergoglio incontrerà per la prima volta i napoletani. Aldo Masullo riflette con un tratto di partecipazione, che si vena qua e là di amarezza, sulla giornata napoletana del Papa «venuto dalla fine del mondo». «In termini liturgici, si direbbe una via Crucis: Papa Francesco ha scelto di visitare i punti di maggior dolore e maggiore sofferenza della città: i poveri, i detenuti, gli ammalati. Scampia è un esempio». E non perde l’occasione di raccontare la storia del quartiere, le speranze deluse, le contraddizioni irrisolte, le «forze negative» che presto hanno prevalso. Masullo sottolinea più volte, nel corso della conversazione, il valore altissimo delle parole di Papa Francesco: la ricchezza spirituale, il tratto pastorale, la sensibilità sociale. In effetti, nel corso del XX secolo, il pensiero cristiano si è profondamente rinnovato, e accanto ad una teologia della Parola di Dio, che ha cercato di affermarne anzitutto la trascendenza e la specificità rispetto ai contesti storico-mondani ai quali è di volta in volta appartenuta, si è fatta presente una diversa preoccupazione: per la rilevanza, più che per l’identità della parola rivelata. Papa Bergoglio sembra esprimere, provo a dire, anzitutto questa preoccupazione, questo «movimento» teologico: un farsi più solidale con la storia degli uomini.

«Non c’è dubbio, lo si vede appunto dai luoghi che ha scelto di visitare, e dal significato delle sue scelte». Dopo Scampia, Francesco raggiungerà il carcere di Poggioreale: «la visita alle carceri, l’incontro con i detenuti, un altro luogo della sofferenza umana. Lo sono le carceri in generale, lo sono le carceri napoletane in particolare: anguste, vecchie, sovraffollate, un’altra stazione della via Crucis».

Il momento successivo, particolarmente atteso, sarà la visita al Duomo, dove pregherà sul sangue di San Gennaro. «Qui – continua il filosofo napoletano – il senso devozionale della pietà religiosa spicca con particolare forza, direi quasi con violenza: la violenza della passione religiosa. Il popolo napoletano si attende quel miracolo che io, per la verità, preferirei rinunciasse ad attendersi. Attendere il miracolo è in certo modo appannare la libertà della fede, è far dipendere il rapporto con Dio da un suo visibile beneficio. Il nucleo forte della religiosità cristiana non sta nel miracolo, ma nel dialogo, nella grazia dell’apertura all’altro. La visita a San Gennario è peraltro anche il riconoscimento di ciò che la Chiesa partenopea fa per mantenere vivo il contatto con la genuina religiosità popolare».

C’è tanto «popolo», mi viene voglia di dire, nel percorso che Bergoglio ha voluto tracciare in città. C’è un bisogno di comunità che il Papa non perde occasione di suscitare, di avvertire e fare avvertire, come se per lui, per un cristiano, non vi fosse mai vera e piena identità senza una reale appartenenza a un popolo. Che è ovviamente il popolo di Dio, la Chiesa in cammino. Ma sta il fatto che la Chiesa cattolica, e in particolare questo Papa, forse anche grazie alle sue origini latino-americane, dispone nel suo lessico di termini, risonanze, accenti che nell’esangue vocabolario politico europeo, o almeno nelle zone sempre più ristrette presidiate dalle sue classi dirigenti, si ascoltano poco: sono quasi sterilizzati, privi di pathos, vuoti di senso.

Tocco così un tema che a Masullo è molto caro: «È un mio vecchio pensiero – dice –. Io l’ho detto spesso a proposito dei napoletani: c’è in loro uno spirito di solidarietà più umano che civile. Il che è congeniale al sentimento di Bergoglio. Nel suo messaggio io colgo la sollecitazione a guardare al di sotto delle apparenti relazioni sociali istituzionalizzate, per far venire alla luce la radice stessa della vita sociale, cioè il solidale fervore della comunità, il coinvolgimento appassionato di ognuno alla vita del gruppo. Il richiamo del Papa ammonisce una società troppo formalisticamente civile, che perde troppo spesso il senso del rapporto con il contenuto di speranze e di dolori della vita personale».

«Io ho spesso insistito sulla necessità di passare dallo spontaneo senso di umanità all’ordine delle regole civili – continua –. Questo Papa, invece, con la sua straordinaria sensibilità, coglie il punto dolente della presente crisi di civiltà. Egli denuncia una cultura sociale inaridita nei suoi formalismi giuridici e alienata nei suoi meccanismi economici, e la sollecita a ritrovare quell’universale senso di umanità senza di cui tutte le strutture civili, anche le più raffinate, perdono significato».

Tutto il pensiero del Novecento è peraltro attraversato da questa dicotomia, variamente declinata: la civilizzazione non sempre ha arricchito, anzi ha spesso depauperato la radice umana della vita comunitaria. Per Masullo, «siamo tutti molto cittadini, e magari dovremmo esserlo ancora di più, ma siamo ben poco fratelli. Di fronte a questa mancanza, Bergoglio rivendica il senso forte della comune umanità, fondamento necessario di ogni vivente istituzione sociale».

Forse sta qui anche il messaggio del prossimo anno giubilare, annunciato a sorpresa da Papa Francesco pochi giorni fa. Un messaggio di apertura: di porte, di città, di mondi. Un cristianesimo autenticamente mondiale. Masullo ci riflette su: «è come se il Papa ammonisse il mondo perché si guardi dai pericoli che vengono non tanto dall’esterno quanto dall’interno, da noi stessi. È come se il Papa dicesse: avete a tal punto inaridito la vostra vita, da non avere più risorse di carattere spirituale. Ognuno di voi è vuoto e solo».

Tutto ciò chiama in causa il rapporto della Chiesa con la modernità. È abbastanza chiaro, da certe prese di posizione di Bergoglio in questi due primi anni di pontificato, che egli intenda spostare il confronto: invece di stare sulla difensiva sul terreno dei diritti, passare al contrattacco sul terreno dei bisogni. Questo non credo comporti veri e propri mutamenti di dottrina, ma mutamenti di interessi sì. «In effetti – conviene Masullo – Bergoglio pensa più all’uomo che al cittadino. I diritti che vede come eminenti non sono i diritti del cittadino ma i diritti naturali dell’uomo. In ciò suggerirsce un altro movimento, rispetto alla prevalente direzione del moderno».

La linea cade, chiamo Masullo per un’ultima riflessione. Gli chiedo di riprendere l’itinerario di Bergoglio, l’ultima tappa, la grande folla dei giovani, sul Lungomare della città: «la Chiesa dolorante si trasforma in Chiesa progettante. Parlare ai giovani significa proiettare in avanti tutte le energie e i desideri e le volontà di riscatto proprie dei giovani, che nell’altissima figura di Francesco trovano speranza, ma anche parole che impegnano ad agire». A sera, però, l’elicottero del Pontefice si alzerà nuovamente in volo: che città lascerà? Quanto resterà, della sua visita?

«Avremo un doppio, discordante effetto. I ceti popolari si sentiranno confortati e incoraggiati a un nuovo fervore di vita operosa. La borghesia medio-alta, dietro l’ossequio formale, manterrà fermo il suo abituale scetticismo. Tacitamente lascerà cadere ciò che avrà udito. Vorrei sbagliarmi, ma purtroppo è il giudizio che non mi sento di modificare sulle capacità di governo morale e civile di questa classe dirigente. Essa cambierà ben poco». È un verdetto un po’ amaro, posso solo augurarmi con lui, in conclusione, che non sia un verdetto definitivo.

(Il Mattino, 21 marzo 2015)

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