L’università e la bilancia del salumiere

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Mi dia un etto di prosciutto: il salumiere taglia il prosciutto, pesa, incarta e stabilisce il prezzo. In maniera, come si dice, oggettiva. Ora, non sareste turbati se il salumiere rinunciasse a bilancia e registratore di cassa e il prosciutto ve lo servisse a spanne? La valutazione della performance del salumiere è misurabile, e voi ne siete sollevati. Non solo voi: anche il datore di lavoro, che può sapere quanto prosciutto il suo commesso ha tagliato, pesato, infine venduto tutto il giorno.

Perché allora le cose non dovrebbero andare così anche all’università? Perché i docenti, le lezioni, i prodotti della ricerca non dovrebbero essere rette dal concetto che, collocato al centro dei sistemi di valutazione,  ne governa da qualche anno i destini, quello di «performance misurabile»? Solo perché il sapere non è come il prosciutto (non è una merce)? Sia pure. Ma piuttosto che rinunciare all’oggettività della misurazione, che protegge da salumieri infedeli, non bisognerà semplicemente affinare i criteri? Luca Illetterati, presidente della società italiana di filosofia teoretica, ha provato a seminare qualche dubbio, a gettare un sasso in mezzo a un mare di conformismo, con una pubblica lettera che ha accompagnato le sue dimissioni dal nucleo di valutazione dell’Ateneo di Padova, dove insegna. La sua è un’Impresa eroica: tutto infatti congiura contro di lui. In primo luogo, è un docente universitario. In secondo luogo, insegna filosofia: sta, evidentemente, difendendo se stesso (e siccome sono le medesime condizioni in cui si trova chi scrive, questo articolo deve riuscire due volte sospetto).

Quali ragioni, tuttavia, ha addotto? La prima. Puntare sull’efficacia e l’efficienza della ricerca ammazza l’università come «luogo di produzione critica del sapere». In effetti, se a ogni passo ci si imbatte in una critica, non si va da nessuna parte. Meglio, dunque, sbarazzarsene. E se all’università si chiede solo ed esclusivamente di formare «risorse umane» adeguate alle richieste del mercato (delle imprese, delle professioni), lo spazio per le ubbie degli spiriti liberi si riduce parecchio. A chi o a cosa, d’altra parte, potrebbero servire le fisime dei filosofi, e non solo le loro? Questo però è il punto: se non si vede a cosa serva una tale riserva di sapere critico, vuol dire che, sotto l’apparente neutralità dei modelli di valutazione – oggettivi, misurabili, verificabili –, si è in realtà già introdotta un’altra idea del sapere. Nulla di male: non è la prima rivoluzione dei sistemi culturali che si sia prodotta nel nostro paese – e, enfatizzando un po’, nell’Occidente tutto –, non sarà neppure l’ultima. Ma dove è stata presa questa decisione tra un modello, un’idea del sapere, e un altro? E soprattutto: sulla base di quali valutazioni, e quanto misurabili? Non lo si sa. Si sa soltanto che si sta procedendo su questa strada: si dispone di sistemi di valutazione per la ricerca del singolo docente o della struttura dipartimentale secondo criteri e standard assunti come «oggettivi», ma non si sa nulla sul tipo di umanità, di società e di sapere che si produrrà in fondo a questa strada. E d’altra parte: a quale sapere toccherebbe di di fare una simile valutazione? Neppure questo si sa (brutto affare, scomodo paradosso).

Seconda ragione. Tutto viene valutato da organismi appositi. Benissimo. E gli organismi di governo di un Ateneo? Quali spazi rimangono loro? Nessuno. Sarà sempre più comodo mettere avanti una procedura piuttosto che arrischiare un giudizio. Quello che Illetterati vede profilarsi è «il dominio delle procedure sulle considerazioni, dei meccanismi sulla possibilità di una ponderazione in grado di tener conto delle variabili umane: degli indicatori sulle persone e sulle cose». Qui torna in gioco il prosciutto. Perché il dominio della bilancia sul salumiere non ci dispiace affatto, ma forse un po’ dovrebbe dispiacerci quando si tratta di trasmissione del sapere, di istruzione, formazione e ricerca. Ma non è solo questo: è anche l’idea che il «fattore umano» sia solo un elemento di disturbo nella valutazione, un fattore che va il più possibile limitato, contenuto, ridotto, annullato. Ed invece: alzi la mano chi, nei casi importanti della sua vita, vuole essere giudicato «in ultima istanza» da una macchina, invece che da un uomo. Da una macchina, invece che da un medico, o da un giudice, o da un maestro. In ogni caso, anche questa idea – i filosofi lo sanno – modifica la natura stessa del sapere: non si limita a misurarlo. Come la si può, allora, assumere senza considerarne l’impatto?

E qui cade una terza e ultima ragione. Non si tratta di rifiutare acriticamente ogni strumento di valutazione, ma di guardarne per davvero gli effetti. Cosa infatti sta succedendo nella vita degli Atenei? Che il giovane ricercatore studia con un occhio, anzi due, non alla cosa stessa che studia, ma ai parametri a cui sarà sottoposto il suo lavoro di ricerca. Che lo stesso farà il docente, promuovendo o bocciando, e il dipartimento, allocando di qua o di là le risorse a disposizione. Anzi: allocando docenti in funzione delle risorse raccolte. Illetterati fa l’esempio dei corsi in lingua inglese, ormai offerti a prescindere (direbbe Totò): «è davvero la risposta a un bisogno dello studente e del docente la creazione di questi corsi? Sono state davvero discusse le implicazioni didattiche e formative connesse a questo?». Domande retoriche: la risposta è no, ad entrambe. Dove però sarebbe il luogo della discussione che Illetterati auspica, a questo riguardo? Nell’università no di certo, perché mettersi a discutere di queste cose rischia di attirarsi un brutto voto. Ecco dunque la stortura che si tratta di correggere, e però anche il timore che stia morendo perfino la sensibilità per avvertirla: «non può essere la valutazione a dire come ci dobbiamo comportare». Già: non può essere eppure è, e quel che ne viene è «una modificazione strepitosa e fondamentale dell’ethos stesso della ricerca». Illetterati butta lì, quasi in conclusione del suo polemico ma garbato intervento, queste parole. E davvero: c’è qualcuno che saprà ancora dire cosa mai sia questo «ethos», l’abito stesso della ricerca, un’idea dell’uomo e del suo «logos», quando la valutazione avrà definitivamente trionfato sopra ogni cosa, e tutto sarà fatto come standard comanda? Peirce, il grande filosofo americano, sosteneva che è impossibile essere completamente logici, «salvo che su una base etica». Che cosa faccia oggi di base al sapere e al logos, è un problema che forse non il nucleo di valutazione d’Ateneo, ma qualcuno dovrà pur porsi.

(Il Mattino, 20 marzo 2015)

3 risposte a “L’università e la bilancia del salumiere

  1. a questo punto mi chiedo se è necessario essere pagati dallo stato per ricercare di ethos e logos. qualcuno potrebbe pensare che possa bastare una botte e una lanterna.

  2. azioneparallela

    forse voleva scrivere: a questo punto mi chiedo se è necessario essere pagati dallo stato, punto.

  3. Ma si. Era una battuta.

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