Il nuovo volto dei kamikaze senza scopo

Germanwings A320 crashes over French AlpsVi è una sproporzione talmente grande, e una distanza talmente enorme, tra il disastro dell’aereo schiantatosi tra le montagne, le centoquarantanove vittime del suicidio di Andreas Lubitz, il co-pilota dell’Airbus tedesco, e i recessi insondabili del suo animo, da rendere difficile condurre un qualunque tentativo sensato di spiegazione dell’accaduto. Era depresso, non era depresso. Era una persona normale, non era una persona normale. Aveva problemi, angosce. Non aveva problemi né angosce. Non se ne viene a capo. Una vita normale, una famiglia normale. E la passione per il volo, la bravura di pilota; forse, al più, un carattere difficile: non era, dopo tutto, un’esistenza ordinaria? Ma cosa vi è di più lontano dall’ordinario della decisione lucida, irremovibile, assoluta, tenuta ferma per lunghissimi minuti, di schiantarsi follemente al suolo? L’aereo si abbassava, il profilo della montagna si avvicinava, il comandante bussava in cabina chiedendo vanamente di rientrare, provava a forzare la porta blindata, mentre Andreas guidava freddamente l’aereo e i suoi passeggeri verso una morte insensata, respirando calmo, regolare, cosciente fino all’ultimo, come gli apparecchi di bordo dimostrano? Nessuna precipitazione, nessuna agitazione, niente grida o proclami, nessun cedimento: il co-pilota dell’Airbus 320 della Germanwings Andreas Lubitz, di anni ventotto, ha deciso di morire e dare la morte così, sotto il cielo delle Alpi francesi, in un giorno di marzo qualunque.

La sproporzione rimane. Perché allora domandarci ancora cosa è potuto accadere nella testa di Lubitz, perché non cercare fuori della sua testa? Sia chiaro: non si tratta di spiegare l’accaduto, ma di comprendere piuttosto cosa l’accaduto dispiega dinanzi ai nostri occhi. Quello che vediamo dice infatti pochissimo della psicologia del pilota tedesco, pochissimo del suo destino individuale e, purtroppo, anche di quello delle inutili vittime della strage da lui compiuta. Ma quello che vediamo è, per l’appunto una strage, la morte di centinaia di persone per mano di un solo uomo. E questo qualcosa, forse, significa. Finora, infatti, atti del genere sono sempre stati classificati come atti terroristici: che si trattasse dell’attacco alle Torri Gemelle, o della forsennata sparatoria di Utoya, in Norvegia, ci si trovava però dinanzi ad attentati in cui uomini innocenti venivano uccisi per seminare il terrore e insieme per lanciare un messaggio politico: una sfida all’America e all’Occidente, nel caso della Twin Towers, una sfida all’Europa infiacchita dal progressismo e  dall’immigrazione nel caso di Anders Breivik, ad Utoya.

Questo messaggio manca del tutto, nel caso dell’Airbus. E in questo senso, ma in questo senso soltanto, non si tratta di terrorismo. Ma qualcosa di terroristico nell’accaduto si mostra ugualmente, e ci tocca. E non perché d’ora innanzi avremo paura di salire su un aereo, o chiederemo di conoscere le cartelle cliniche dei piloti, oppure pretenderemo che mai qualcuno resti da solo nella cabina di pilotaggio. Ma perché è la radice stessa del terrore che viene allo scoperto.

Questa radice sta nell’esercizio assoluto della potenza. Potente è chi (o ciò che) può qualcosa. Ma se la potenza è posta al servizio di uno scopo, tale potenza è appunto limitata alla realizzazione di quello scopo. Cosa accade se però lo scopo cade, viene meno? Che la potenza è posta come assoluta. Che il suo orizzonte consiste esclusivamente nel rendere tutto, ogni e qualunque cosa, possibile. Per il filosofo Emanuele Severino, questa è precisamente la condizione della Tecnica contemporanea. Tecnica non dice qui una particolare serie di azioni o di mezzi, ma il nome della nostra epoca, quando più nessuno scopo è tenuto in vista, al di fuori dell’illimitato accrescimento della potenza medesima. Ora, qual è lo scopo del suicidio di Andreas Lubitz? Nessuno. Non ci sono messaggi da trasmettere al mondo. Ciò che si vede, quasi si esibisce nel suo gesto folle è una potenza assoluta, l’illimitato disporre della vita umana per nessun altro scopo che non sia l’esercizio stesso di questo disporre, assolutamente e senza altri fini. La forma suprema del terrorismo, cioè l’estrazione dell’umanità dell’uomo da qualunque cornice di senso o scopo.

Conta poco, allora, il fatto che Lubitz fosse depresso, angosciato, folle o solamente triste. Che ci fosse o meno premeditazione, e che questa premeditazione fosse nell’animo di Andreas Lubitz dal primo alzarsi in volo o solo nel momento in cui si è chiuso nella cabina di comando. Conta poco: è materia (poca, e assai oscura) per psicologi. Ma conta di più la condizione storica e ontologica – così dicono i filosofi – che il gesto rivela. Il terrore del nulla come destino della nostra epoca, l’illimitata possibilità di gettare tutto ciò che è nel nulla, per nessun’altra ragione che non sia la sua annullabilità: ciò che Emanuele Severino chiama la follia estrema dell’Occidente.

Ho sempre pensato, in verità, che Severino avesse torto, e che altro è il senso di ciò che è. Ma in mezzo alle impassibili montagne francesi, nel verde bruciato dei boschi, in un giorno qualunque di marzo, dinanzi al volto affranto di Angela Merkel o a quello scuro di Hollande, tra lo sgomento dei soccorritori, in mezzo alla carcassa dell’aereo e tra brandelli di vite spezzate senza motivo alcuno, non sono riuscito a non pensarvi. E a non temere per ciò che siamo, per ciò che possiamo essere, noi altri uomini, proprio perché lo possiamo: signori assoluti della vita e della morte.

(Il Mattino, 27 marzo 2015)

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